La serie Dickinson distrugge il mito di una Emily solitaria e reclusa: la poetessa americana aveva una personalità vibrante ed era bisessuale

Amleto ha esitato per tutti noi. – Emily Dickinson

Quando mi sono messa a guardare il telefilm Dickinson su Apple Tv durante le feste, non pensavo mi scatenasse tutta questa curiosità. La serie appartiene ad un filone nuovo portato al successo lo scorso anno da Bridgerton, dove tuttə hanno una propria rappresentanza culturale, in particolare la comunità nera, fino a dieci anni fa assente o poco presente anche nei fantasy. Molti dicono che questi film mancano di “autenticità storica” ma io rispondo sempre che se non ci fossero persone di altri colori di pelle, io non mi farei certe domande. L’anno scorso grazie a Bridgerton ho scoperto il lottatore nero Bill Richmond, il sangue misto di Alessandro De Medici e quello possibile, anche se non certo, della regina d’Inghilterra Carlotta di Meclemburgo-Strelitz. Non è che queste persone in passato non ci fossero, è che non erano visibili. Rappresentarle ora sullo schermo non significa dargli “un contentino” o il giusto riscatto perché sarebbe piuttosto ipocrita, ma vuol dire dare ai bambini, ai ragazzi e agli adulti BIPOC (black, indigenous and people of color) qualcuno in cui identificarsi in produzioni importanti e globali.

Detto questo, Dickinson è una serie assurda. Preparatevi psicologicamente a vedere molto anacronismo. A volte vi piacerà, altre vi sembrerà troppo. La serie si rivolge chiaramente agli adolescenti ma senza essere vuota come il Club delle Babysitter (Netflix). Ha una sua profondità grazie ad un personaggio immenso: Emily Dickinson. Non so come hanno spiegato a voi la sua storia a scuola ma a me dissero: “era una poetessa che visse tutta la vita rinchiusa in una stanza”. Come disinteressare un teenager, Parte Uno. Ma prima di rinchiudersi in una stanza (non è completamente esatto), cosa faceva? Chi era? Qual erano i suoi sogni? Le sue speranze? I suoi amori? Questa serie restituisce giustizia ad una persona che fino ad un certo periodo del Ventesimo secolo è stato considerata introversa, schiva, vergine ed eterosessuale.

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Emily Dickinson (Hailee Steinfeld) e Morte (Wiz Khalifa)

 

La vita di Emily tra fiction e realtà

Emily (Hailee Steinfeld) è una ragazza esuberante, piena di vita ed autoironica appena uscita dal collegio. Sta un po’ tra le nuvole e spesso di notte corre via assieme a Morte (Wiz Khalifa), di cui parlava spesso nelle sue poesie probabilmente perché la sua casa era vicino ad un cimitero (fatto non specificato nel telefilm). Morte, su una carrozza trainata da cavalli fantasma, assomiglia tanto a Baron Samedi, il Loa del Vudù Haitiano con cappello a cilindro e occhiali scuri, che ha proprio il compito di traghettare i morti nell’aldilà. Quando Emily pensa all’improvviso ad un verso di una poesia le parole scritte le ronzano intorno in bianco o dorato come delle api su uno schermo. Sono versi che non seguono lo stile dell’epoca, moderni, immaginifici e misteriosi allo stesso tempo. La regista Alena Smith deve essersi divertita a figurarsi le situazioni in cui alla ragazza scattava la scintilla poetica anche perché è lei stessa una scrittrice e forse ha travasato qualche parte di sé in Emily. Quest’ultima ha un club di Shakespeare, l’autore preferito dalla vera poetessa, col quale coinvolge in rappresentazioni i suoi amici. Una volta però che fa partecipare il giovane tuttofare afroamericano di casa, Henry (Chinaza Uche), nel ruolo di Iago in Otello, alcune persone pensano sia sconveniente perché non è loro “pari”, ed Emily si mortifica tantissimo nei confronti dell’uomo perché il suo tentativo di essere inclusiva non è stato capito. Più tardi il fratello Austin (Adrian Blake Enscoe) comprerà di nascosto un torchio a Henry per pubblicare il suo giornale abolizionista della schiavitù: The Constellation.

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Henry (Chinaza Uche) durante un discorso


Emily è molto delusa dal suo incontro con lo scrittore Henry David Thoreau (John Mulaney) che in Walden ovvero vita nei boschi diceva di essere un’asceta in una casetta solitaria sul lago e invece aveva vicini e sua madre che gli lavava la biancheria. Emily ci resta talmente male che gli lascia il suo libro sulla sedia e se ne va. Le sue avventure e sventure con amici e amori sono innumerevoli. Su tutto prevale il dilemma di essere pubblicata o meno perché il padre, Edward (Toby Huss), è contrario ma piano piano lascia andare la presa. Il successo però rimane per lei un fenomeno da rifuggire piuttosto che afferrare.

Se la Fama mi appartenesse, non riuscirei a sfuggire – in caso contrario il giorno più lungo mi sorpasserebbe mentre ne vado a caccia – e l’approvazione del mio cane mi abbandonerebbe – dunque – preferisco la mia Condizione Scalza”. (7 giugno 1862, lettera a Thomas W. Higginson).

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Il club di Shakespeare, Dickinson (2019)

La vera Emily pubblicherà in vita solo sette poesie, di cui una anonima sull’antologia Masque of Poets e il resto sullo Springfield Republican, per un totale di 1775 componimenti e tre epistolari dati alle stampe postmortem per volontà della sorella Lavinia. Si “rinchiuderà” (faceva brevi passeggiate, curava il giardino e cucinava, era visitata da bambini e persone, andrà a vedere la chiesa finanziata da suo fratello Austin) dal 1862 in poi. La causa principale del suo ritiro fu una malattia, la fotofobia (sensibilità degli occhi alla luce), che la colse all’inizio degli anni Sessanta, per la quale avrà bisogno di stare nella penombra. Furono gli anni in cui la sua produzione letteraria esplose (1862-64). Una volta reclusa gli abitanti della sua cittadina in Massachussetts, Amherst, la chiameranno il Mito perché non si faceva vedere mai. Indossava sempre un abito bianco e comodo.

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Emily e Sue Gilbert (Ella Hunt)

L’amore per Susan Gilbert

Susan “Sue” Gilbert (Ella Hunt) è la migliore amica di Emily. Le due sono inseparabili e nascondono un segreto. Sono attratte l’una dall’altra. Quello che ci viene presentato dalla serie è un amore adolescenziale soggetto a tempeste e turbolenze portate dagli uomini di cui si infatuano (per questo ho scelto il termine bisessuale per Emily, piuttosto che lesbica). Il problema sorse quando Austin sposò Susan e andarono a vivere in una casa quasi attaccata a quella paterna, dove viveva Emily, con solo un giardino a separarle. Susan era una donna mondana, attirata dal denaro di cui non aveva potuto godere prima del matrimonio, ed Emily era meno attirata dal materialismo, dato che aveva già tutto. Qualcuno potrebbe sentire puzza di queerbaiting ma non è così. La vera Emily ebbe molti amori vissuti o platonici, sia per donne (Susan e Kate Scott Turner) che per uomini (Otis P. Lord, Samuel Bowles e il reverendo Charles Wadsworth). Scrisse anche una serie di lettere ad un misterioso Master che potrebbe essere una delle persone sopra citate o una figura di fantasia. Se fosse una persona vera, potrebbe trattarsi pure di una relazione dai toni leggermente BDSM. Negli ultimi anni, grazie all’impiego della tecnologia spettrografica, si è scoperto che nelle lettere in cui Emily sembrava riferirsi ad un uomo, in realtà erano indirizzate a Susan. Mabel Loomis Todd, prima editor del suo lavoro e amante di Austin, avrebbe cancellato il nome di Susan. Su questa scoperta si basa il film Wild Nights with Emily (2018) totalmente incentrato sulla storia di Emily con “Susie” che è purtroppo abbastanza lento e noioso, anche se il suo scopo è dare legittimità alla loro storia durata una vita. Seguendo questa teoria, nella terza serie del telefilm Dickinson, Emily e Susan finiscono insieme “per sempre”.

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Wild Nights with Emily (2018)

Ho recuperato un passo di una lettera dei primi di giugno del 1852 di Emily a Susan, che non vedeva da un anno, dal libro Lettere 1845-1886 a cura di Barbara Lanati per farvi capire quanto il loro rapporto non fosse di semplice amicizia. Sottolineo anche che la prosa di Emily era ardente e appassionata con molte persone a cui indirizzava le sue missive .

“E ora ancora quattro settimane – e tu sarai mia, tutta mia tranne quando ti presterò a Hattie (probabilmente la sorella maggiore di Susan, ndr) e Mattie, se giurano di non perderti e di restituirti il più presto possibile. Nell’attesa non conterò i giorni. Non colmerò le coppe di gioia per paura che gli angeli – lo facessi – essendo assetati, le berrebbero fino all’ultima goccia – mi limiterò a sperarlo Susie mia, e con apprensione perché non è forse vero che i brigantini più carichi si sono a volte arenati a riva?”

Altra lettera datata 11 giugno 1852: “Se tu fossi qui – oh, se solo lo fossi, Susie mia, non avremmo assolutamente bisogno di parlare, perché i nostri occhi bisbiglierebbero per noi, e la tua mano stretta nella mia, non avremmo bisogno della parola – […]”.

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Emily Dickinson con Kate Scott Turner (1859)

Catherine Mary “Kate” Scott Turner fu ufficialmente un’amica di Emily conosciuta tramite Susan, sua ex compagna di scuola, con cui si sospetta che la poetessa avesse avuto una relazione (in The Riddle of Emily Dickinson, 1951). Nel 2012 è stato scoperto un dagherrotipo che ritrae la poetessa trentenne (1859) con una mano nascosta dietro alla schiena dell’amica Kate: è la seconda foto esistente della poetessa. Continuarono a scriversi finché lei non si sposò. Una volta Emily le inviò una poesia con due giarrettiere lavorate a maglia da lei:

Quando Katie cammina, questa semplice coppia accompagna il suo fianco,
Quando Katie corre instancabile seguono sulla strada,
Quando Katie si inginocchia, le loro mani amorevoli ancora stringono il suo ginocchio pio –
Ah! Katia! Sorridi alla fortuna, con due così uniti a te!”

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Dickinson (2019)

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