Il vestito a rete è un fuoco da aizzare con cura

foto copertina: vestito Asos, fotografa Ale

Mi sono imbattuta nei primi vestiti a rete (in inglese “fishnet dress”) nel reality Siffredi Hard Academy e non mi piacevano. Nello specifico si trattava di vestitini con rete a forma di ovale dai colori fluo, gli stessi che poi avrei ritrovato in diversi porno mainstream: li trovo volgari e ad effetto insaccato. L’anno scorso però vidi una foto di Kourtney Kardashian assieme alle sorelle che mi piacque. Portava un vestito a rete lungo metallizzato e scintillante con sotto della lingerie nera, mentre Khloé indossava una tutina sullo stesso genere. Non male, in quella versione mi garbava assai. Anche se non sono state loro le prime Kardashian ad indossarla, ma Kim in un modello a righe nel 2016. Inutile dire che è stato il primo di una lunga serie per la star del reality show Keeping Up with the Kardashians (Al passo con i Kardashian). Non è un vestito facile da indossare al di fuori della spiaggia, soprattutto in un Paese come il nostro, l’Italia in cui tutti sono pronti a giudicare l’abbigliamento degli altri. Questo ci ha reso aridi nelle sperimentazioni, se non nelle grandi città, che però non offrono la stessa temerarietà che si può vedere a Londra, Tokyo, New York o Los Angeles.

Da sinistra Kendall Jenner, Kourtney Kardashian e Khloé Kardashian

Il vestito a rete ha origini remote. Era indossato dalle antiche egizie e non è chiaro in che modalità. Queste “armature” a rete fatte di perline disposte in un motivo a losanga rinvenute nelle tombe come sudari erano troppo pesanti per essere infilato da persone vive. Gli archeologi e gli studiosi del costume credono che le donne ne portassero una versione più leggera messa sopra alle abituali tuniche di lino o cucita ad esse, pur se sulle statue quest’ultime non sono affatto visibili. Anzi sembra evidente il contrario: vestiti a rete colorati senza nulla sotto. Tuttavia non possiamo basarci sulle raffigurazioni pittoriche e statuarie perché la maggioranza dell’arte egiziana era religiosa-funeraria era creata da artisti maschi che idealizzavano le donne rappresentandole sempre giovani e filiformi con vestiti troppo aderenti non corrispondenti alla realtà. Queste forme convenzionali servivano ad affrontare l’eternità e nelle tombe la moglie era raffigurata nel fiore della vita per eccitare al meglio l’uomo nella vita dopo la morte. Altroché Photoshop! In Egitto il costume era legato alla posizione sociale ed i primi esemplari di vestiti a rete risalgono all’Antico Regno. Elisabeth Wayland Barber nel libro Prehistoric Textiles dimostra che c’è una lunga storia di corsetti di rete o corda nelle culture europee e del vicino oriente con significati strettamente legati alla loro idea di sessualità. I dubbi sulla presenza di vestiti di lino sotto la rete salgono anche per il fatto che quelli egiziani avevano le maniche staccabili non presenti quando l’abito a rete è raffigurato. I vestiti di perline erano spesso con fermagli o coppe per coprire i capezzoli, un altro indizio che potrebbero essere stati indossati direttamente sulla pelle, ma il loro peso e l’impossibilità di sedercisi hanno fatto dubitare gli esperti. Nel Medio Regno questi indumenti diventano di tessuto e corda. Il papiro Westcar “I racconti delle Meraviglie” narra la leggenda del re Sneferu che fa remare la sua barca da donne in vestiti a rete per puro sollazzo.

Vestito di perline, Antico Regno, 2323–2150 d.C., Giza (1933), Museum of Fine Arts Boston
Antico Regno, circa 2400 a.C., Petrie Museum of Egyptian Archaeology, Londra. Foto: University Colleg of London

Nonostante i numerosi studi, per il momento non ci è dato sapere se le Egiziane, danzatrici, sacerdotesse o principesse, indossassero nude o vestite queste elaborate reti. Sta di fatto che nella storia il vestito a rete così come lo intendiamo noi sparisce fino al Ventesimo Secolo, dove ricompare nella forma delle calze a rete su flappers e showgirl. Il termine originariamente si riferiva a tutte le calze leggere in cui fosse visibile la trama e in realtà fa capolino per la prima volta sui primi dell’Ottocento nel mondo anglosassone. Negli anni Cinquanta le calze a rete sono state messe da Bettie Page, Jane Mansfield ed Elisabeth Taylor, negli anni Sessanta da Audrey Hepburn e Brigitte Bardot, negli anni Settanta dal movimento punk e Vivienne Westwood, negli Ottanta da Madonna, sottocultura gotica e glam rock, negli anni Novanta da Courtney Love ed il movimento grunge. Hanno sempre rappresentato l’ideale di una donna lasciva, sfrontata, ribelle. Madonna in particolare ha mostrato top a rete che si avvicinano al concetto di abito. Sulle passerelle, Dolce & Gabbana dopo aver proposto il loro vestito lungo in pizzo nero, hanno trovato nel 1995 una variante: l’abito a rete che poi è stato riproposto più volte tra il 2010 e il 2020. Nel 2013 molti designer lo hanno riportato alla ribalta come Marc Jacobs, Chanel (nella versione egizia tessuta), Temperley London, Erickson Beamon su Solange Knowles (sorella di Beyoncé) e nel 2016 Valentino su Zoe Kravitz (figlia di Lenny Kravitz). Ora è completamente sdoganato nel campo della moda, probabilmente per la complicità di celebrities come in primis Kate Moss nel 2011 con una sottoveste color crema, Miley Cyrus in Marc Jacobs (ne aveva messo anche un altro orrendo), Rihanna nel 2014 (un abito da 26mila Svarowsky di Adam Selman) e a seguire Kardashian e Jenner negli ultimi anni.

Rihanna nel vestito di Adam Selman 2014
Dolce&Gabbana SS 2010

Il vestito a rete non è un pezzo di “abbigliamento” facile da gestire. In un incontro sessuale è di sicuro semplice da trattare non indossando nulla sotto (e spesso è preferita la tutina), però se si vuole portare fuori è un altro paio di maniche. In spiaggia è adattissimo anche per una cena in un ristorante o chalet: sotto oltre al costume bikini o intero, si possono adattare un reggiseno a fascia, un top, una culotte a vita alta, dei pantaloncini di colore nero, dello stesso colore della rete o opposto se vi sentite a vostro agio per l’estate; una veste lunga, pantaloni o jeans e maglia/camicia per l’inverno. Il grande problema di una rete estesa su tutto il corpo è che ne evidenzia ogni caratteristica, soprattutto quella non gradita dal nostro cervello. Se vi crea disagi ma il vestito a rete vi piace comunque, potete prendere la versione nera o di una tonalità scura. Io l’ho comprato bianco metallizzato ma rivedendomi nelle foto ho notato che evidenzia la pancia e nel muoversi non fa un bellissimo effetto. I classici rischi del bianco che aumenta il volume invece che diminuire. Eppure è molto sexy, anche meglio nella versione corta, perché emana il classico effetto “vedo non vedo”, nascondendo e sottolineando allo stesso tempo le forme del corpo, suscita desiderio nell’occhio di chi guarda. La rete può diventare in un attimo esagerata e volgare se si appesantisce di accessori o si osa un completino intimo troppo rischioso. Giocate col fuoco con cautela per non rivelare subito tutti voi stessi!

vestito Asos, foto: Ale

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