Il fascino di A Discovery of Witches – Il Manoscritto delle Streghe: il primo fantasy in cui l’origine storica della magia è trattata come si deve

Disclaimer: parlo solo della serie perché devo ancora leggere i libri.

Un mese fa, facendo un sondaggio sulle serie dedicate alle streghe, mi è stato consigliato il prodotto di Sky One, A Discovery of Witches – Il Manoscritto delle Streghe su Now TV. Tratto dalla trilogia The All Souls di Deborah Harkness, la storia narra di Diana Bishop, ricercatrice dell’Università di Yale ad Oxford, che trova per caso un manoscritto alchemico a lungo perduto, Ashmole 782, che tutti vogliono perché contiene il segreto della creazione delle creature soprannaturali. Diana si accorge che il libro desidera essere letto da lei ma lo richiude spaventata perché non vuole avere niente a che fare con la magia. Infatti ha perso i genitori streghe a sette anni per colpa di questa. Il primo interessato alla sua scoperta è il vampiro francese Matthew Clairmont che la insegue a lungo cercando di convincerla a tornare a prendere il libro lasciato all’interno della Bodleian Library. Tra loro si instaurerà una storia d’amore proibita dalla Congregazione di vampiri, demoni e streghe che regola le leggi di queste creature. In un’affascinante avventura nell’epoca moderna e passata (1590), la coppia cerca di recuperare le pagine mancanti del libro e di riprenderlo nella biblioteca di Oxford per completarlo.

Diana Bishop (Theresa Palmer) con Ashmole 782

Perché guardare la serie: grande accuratezza storica e magica

L’autrice è un’accademica americana esperta di storia, alchimia, magia e occulto che ha voluto ridare legittimità storica e pertinenza magica al fantasy contemporaneo, spesso privo di solida ricerca, che si basa solo sulla cultura pop senza approfondire. Un modo di fare che può accontentare i profani ma non gli addetti ai lavori come me. Ho apprezzato veramente la ricostruzione del contesto storico medievale e rinascimentale di certi manoscritti e personaggi. Su Wikipedia trovate un elenco completo di tutte le apparizioni importanti. Affidarsi all’alchimia per spiegare l’esistenza di certi personaggi non è peregrino. Il primo attributo infatti della mitica Pietra Filosofale è quello di dare l’immortalità alle persone senza farle soffrire di malattie. Ashmole 782 è un manoscritto realmente andato perduto che potrebbe contenere il segreto della Vita e della Morte come suggerito nella serie o più semplicemente quello della Pietra Filosofale. In effetti, leggenda vuole che il grande studioso anglosassone di alchimia, William Backhouse di Swallowfield, avrebbe rivelato ad Elias Ashmole, fondatore dell’Ashmolean Museum, il segreto della Pietra Filosofale che lo avrebbe rivelato a sua volta a Robert Plot.

Tutti i nodi vengono al pettine nella Stregoneria

Mi sono iniziata ad emozionare quando Diana, che ha lo stesso cognome della prima condannata a morte per stregoneria a Salem, Bridget Bishop, è stata definita “tessitrice” da Goody Alsop, l’ultima delle streghe del suo genere rimasta nel 1590. Sì perché l’origine storica e folclorica della magia moderna è nella tessitura. Nell’Europa tribale europea filatrici e tessitrici trasmettevano alle figlie usanze e credenze sulle loro attività insegnandogli ad invocare le tre dee del Destino che tessevano le cose che erano, sono e sarebbero venute. Filare e tessere erano le mansioni sacre alle dee del Fato, esistenti prima di tutti gli Dei, e la rocca era la loro bacchetta magica. Molte dee antiche erano rappresentate come filatrici. “Tessitrice di incantesimi” era anche un appellativo usato in riferimento alle streghe, in sardo si diceva “magliaia”, ad esempio, e l’anglosassone wich indica una matassa di fibre vegetali attorcigliata in stoppini poi immersi nel sego e bruciati per fare luce.

Il percorso magico di Diana dipende dal suo completare l’apprendimento di nove nodi. Queste non sono altro che “legature” (ligatura), in origine un nodo consacrato o un oggetto legato addosso con questo nodo. Le cose usate per legare potevano essere erbe, pietre, parti di animali. La corda poteva essere dotata di potere se filata con incantesimi, annodata, immersa nell’acqua, fumigata o unta. La ligatura era quindi una sorta di amuleto. Il nove era il numero sacro perché era tre volte tre, considerato numero perfetto, concetto che si ritrova anche nell’alchimia. E non solo. Secondo Robert Graves, studioso di mitologia, la dea Luna (Diana nel pantheon greco-romano) era simboleggiata dal numero 9 quando ciascuna delle sue tre persone si manifestava in triade per dimostrare la sua divinità. In particolare, i nodi usati nei riti per ostacolare le malattie erano in gruppi di nove. Il latino “fascino”, che significa legare, ha generato “fascinum”, “incantesimo”. Anche religione deriva da “religare”, “legare insieme”.

Mitologia

Ci sono anche cenni mitologici piuttosto chiari. Il nome di Diana è dalla Dea degli Animali e della Caccia. Una Potnia Thèron (Signora degli Animali), appellativo associato da Omero ad Artemide, che però era una formula per indicare tutte le dee primigenie della natura. Diana Bishop sa padroneggiare ogni elemento naturale e credo che il termine non sia stato scelto a caso, dato che Charles Leland scrisse il suo Aradia o Il Vangelo delle Streghe incentrandolo proprio sulla figura di questa divinità greco-romana. In questo libro l’autore teorizzava un presunto culto di stregoneria esistito in Italia dal Medioevo all’epoca moderna. Dea dei poveri e degli oppressi secondo Leland genererà con Dianus Lucifero (portatore di luce), Aradia, che ha il compito di liberare dagli oppressori gli schiavi. Il nome Aradia è derivato da Erodiade, un altro nome per chiamare Diana, diffuso nel Medioevo da clerici come Burcardo di Worms. Per quanto il tutto sia probabilmente inventato perché non esistono fonti storiche su questo culto, l’autrice esperta di occulto ha di sicuro voluto rendere omaggio a quest’opera.

La Congregazione di demoni, vampiri e streghe si riunisce in una sala rotonda di un edificio storico dell’isola di San Giorgio Maggiore a Venezia. L’interno della sala ha la cupola uguale a quella del tempio Pantheon di Roma con un buco ovale al centro per far passare il sole. Anche qui la “citazione” è fatta apposta: il Pantheon infatti era il tempio di tutti gli Dei in riferimento alla natura soprannaturale di queste creature.

L’Albero della Vita e della Morte è presente nei miti di molte culture: la Genesi col mito di Adamo ed Eva, il culto degli alberi celtico, l’Yggdrasil nordico, la mitologia mesopotamica, turca, iraniana, cinese, mesoamericana, l’Islam, lo sciamanesimo e così via. È l’albero all’origine del mondo che si manifesta dalle pagine di Ashmole 782. Il suo scopo è connettere tutti i tipi di creazione.

Diana Bishop (Theresa Palmer) con Matthew de Clairmont (Matthew Goode)

La storia d’amore è accessoria (spoiler)

Nonostante sia una smaccata romance ( i due amanti legati da attrazione fatale più predestinazione), la storia d’amore è importante per lo svolgimento dell’azione ma non è il perno attorno al quale ruota tutta la narrazione. Il fulcro è recuperare il libro e capire le origini di demoni, vampiri e streghe. Non c’è nemmeno la separazione classica per un lungo periodo tra i due protagonisti principali. Diana e Matthew sono sempre insieme e la strega non è di certo una che abbassa la testa, neanche di fronte al potere vampirico di influenza gotica che presenta sempre un’eco patriarcale.

Infine, è la prima volta che si parla di “mostri” in modo egualitario e si sottolinea la loro comune origine, a dimostrazione che il fantasy può essere una buona metafora positiva per trattare grandi temi sociali di accettazione del diverso.

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