Halloween non è la festa del Diavolo ma solo un altro nome per la festa dei Morti

Samhain (letto “sowhuin“, che significa “fine dell’estate“) è una sorta di Capodanno Celtico che viene celebrato il 31 ottobre ma durava una decina di giorni. Il mondo dei morti emerge in quello dei vivi che li accolgono con riverenza e timore con vari riti. Si onoravano i morti, si accendevano falò, i giovani combinavano scherzi e i poveri andavano di porta in porta a chiedere cibo in cambio di preghiere per le anime. I questuanti mascherati da morti tenevano in mano delle candele poste all’interno di rape incavate, che poi sarebbero diventate zucche in Nord America, che rappresentavano le anime. Quest’ultima notte di ottobre e i primi giorni di novembre sono ideali per la divinazione. Era il tempo in cui il bestiame tornava dal pascolo, i lavori agricoli finivano (raccolta cereali, olive, castagne, vinificazione) ed era stata fatta la semina. I semi erano affidati alla stessa terra in cui erano sepolti i morti che avevano la funzione di proteggerli e determinare la riuscita del prossimo raccolto. Il capodanno aveva il significato di chiusura di un ciclo e inizio di un nuovo arco di tempo che veniva affrontato con riti di rinnovamento e di purificazione che liberassero dalle paturnie e dai mali del passato. Il periodo dei morti in realtà partiva da fine ottobre e si estendeva fino a marzo quando entrava la primavera.

Il nome Halloween vuol dire Ognissanti (All Hallows Eve o Even, Vigilia o Sera di Ognissanti) come il nostro primo novembre. Il culto di celebrare i santi e i singoli martiri risale ai primi secoli dopo Cristo. Prima la festa a Roma era il 13 maggio, poi fu spostata nell’VIII secolo al Primo novembre perché era in questo periodo che si festeggiava la chiusura dei lavori agricoli. Diventò ufficialmente festa di Ognissanti con Papa Sisto IV nel 1475. Nel XIV secolo entrò a far parte della festa anche il 2 novembre con la Commemorazione dei Defunti. Ai tempi la Chiesa occidentale era influenzata dal monachesimo irlandese e fu Odilone di Cluny nel 998 a ordinare ai cenobi dipendenti dell’abbazia di offrire al Signore l’Eucarestia il 2 novembre “per il riposo di tutti i defunti”.

Gli immigrati irlandesi (e scozzesi) trasportarono con loro la festa in America, costretti a lasciare il loro Paese negli anni della Grande Carestia (1845-1849), in cui le patate che erano la loro maggiore fonte di sostentamento, furono colpite da un fungo che le faceva marcire. In Italia è stata spesso considerata una festa non italiana ed è stata bollata come “festa del diavolo” o “festa satanica” perché spesso nell’Europa occidentale siamo tendenti a scordare troppo spesso le nostre radici pagane. In origine il periodo dal 31 ottobre, vigilia d’Ognissanti, all’11 ottobre, giorno di San Martino, era un “dodekaemeron”, un ciclo di dodici giorni, in cui terminavano tutti i raccolti, c’era la chiusura delle semine, la vinificazione e il ritorno dei bestiami dai pascoli. I dodici giorni sono dovuti al fatto che in passato le popolazioni misuravano il tempo con calendari diversi, solare e lunare, e questi si portano una differenza di dodici giorni. In questo periodo nel nostro Paese si concentravano questue rituali, strenne, cerimonie di rinnovamento del tempo e della comunità, maschere indossate per rappresentare i morti.

La lanterna a forma di zucca è chiamata “jack-o’-lantern” da “will-o’-the wisp”, “fuoco fatuo”. In origine gli irlandesi la intagliavano una rapa o una cipolla, poi quando arrivarono nel Nuovo Mondo trovarono zucche in abbondanza e la sostituirono con i frutti arancioni. La zucca rappresenta il morto presente sulla Terra. Anticamente erano legate alla fertilità e alla fecondità. Priapo, dio greco della forza generativa maschile e della vitalità della natura, era chiamato anche “custode delle zucche”. Le zucche nelle loro molte forme infatti possono rappresentare sia un pene che una pancia gravida, anche i numerosi semi presenti nella polpa rimandano alla fecondità. In generale nell’antichità la zucca era il simbolo della resurrezione dei morti. Questa tradizione di mettere un lumino nel suo interno incavato è presente in Piemonte, Veneto, Romagna, Marche, Abruzzo, Puglia, Campania. A Somma Vesuviana i morti si manifestano sotto forma di teste di zucca illuminate nella notte.

I dolci dei morti sono l’unica testimonianza tangibile che ci è rimasta delle tradizioni passate. Secondo gli antichi romani, dentro i baccelli delle fave risiedevano le anime dei morti ed era un cibo che veniva spesso offerto sulle tombe. All’inizio nei dolci delle fave dei morti erano triturate delle fave, ma in seguito alla malattia del favismo, sono state sostituite dalle mandorle rendendoli simili a degli amaretti. Le ossa dei morti sono invece originarie della Sicilia ma le troviamo in molte regioni italiane, e sono tipiche del 2 novembre. Sono fatte di acqua, farina, zucchero e spezie come chiodi di garofano o cannella. Per ottenere il guscio superiore duro e liscio si lasciano a seccare per alcuni giorni. I dolci dei morti avevano valore antropofagico: se li si mangiava, si acquisivano alcune qualità dei defunti.

In tutto il nostro Paese c’erano processioni di morti che uscivano dalle tombe per un tempo determinato e con itinerari codificati. Nella tradizione cristiana in genere si recavano ad una messa officiata da un sacerdote morto che i vivi non potevano assolutamente ascoltare. Anche imbattersi nella processione poteva essere pericoloso per un vivente e in alcuni casi portare alla morte. I morti si accoglievano in casa con una tavola apparecchiata stando ben attenti a servire cibo perfetto senza tagli o graffi perché si potevano poi manifestare sulla pelle dei vivi. Nella sera della vigilia e nel giorno di Ognissanti c’erano le questue rituali sia di casa in casa da parte di poveri, mendicanti e bambini che offerte di monete agli addetti ai funerali che pranzi ai poveri. In Sicilia il 2 novembre i bimbi ricevono doni dai morti. Fino almeno al Seicento si facevano festini nei cimiteri che erano proibiti dalla Chiesa. Durante la veglia funebre in cui c’era cibo a volontà si facevano scherzi e si raccontavano storielle spesso a sfondo erotico.

Nelle Marche, come in molte altre parti d’Italia, erano tradizionali le questue rituali di casa in casa. Poveri, mendicanti, contadini, mogli e figli di artigiani bussavano alle porte recitando preghiere per i defunti e chiedendo la carità per avere delle offerte, che in genere erano le fave dei morti o cibo come pane con farina di grano, grano, granturco, patate, fave, ceci, mele. Sulla costa marchigiana da Pesaro a San Benedetto del Tronto i marinai non andavano a pescare i giorni tra l’1 e il 2 novembre perché il mare era popolato da fantasmi e si diceva che passasse la barca di Caronte che faceva pescare solo ossa.

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