Naked Athena: mostrare la vulva in pubblico è una pratica sempreverde e non c’entra nulla con l’esibizionismo

foto: Dave Killen

Il 18 luglio 2020 a Portland durante le proteste per l’ineguaglianza razziale una donna ha mostrato nuda la sua vulva seduta e a gambe aperte in posa yoga, coperta solo da una mascherina e un berretto, per stemperare la tensione del momento in cui veniva buttato gas lacrimogeno sui manifestanti. È stata chiamata Naked Athena. Le motivazioni possono essere diverse, per le quali vi consiglio di leggere l’articolo del The New York Times di Mitchell S. Jackson “Who gets to be a Naked Athena?”, ma una cosa è certa: si tratta di un gesto apotropaico antichissimo, che prende il nome di “anasyrma” nell’antica Grecia. Letteralmente significa “sollevarsi la gonna” e riguarda l’esposizione dei genitali, in particolare quelli femminili, o del sedere. La provenienza del gesto risale a prima della cultura greca, le immagini più antiche scoperte a riguardo sono dei sigilli cilindrici ritrovati in Siria in cui sono raffigurate donne con le gambe aperte o che sollevano le vesti per rivelare la vulva, tutti gesti di interpretazione sacra, datati 1400 a.C. C’è anche una serie di statuette provenienti dall’Egitto e dall’Italia del Sud dove le donne si toccano la vulva a gambe aperte.

Baubo

In Grecia la divinità dell’oscenità ha testa di vagina, ed è chiamata Baubo, che significa “cavità”. È colei che dà una svolta al mito di Demetra. La dea delle messi, estremamente triste per la perdita della figlia Persefone (Kore), rapita da Ade, non mangia e beve e la terra inizia ad inaridirsi. Mentre si trova ad Eleusi, incontra una donna anziana, Baubo, che cerca di consolarla sollevandosi le vesti e mostrando la sua vulva a Demetra. La divinità ride, la sofferenza si dissipa e accetta del cibo. La vita sulla Terra torna al suo naturale corso. Il gesto di Baubo è guaritore e risolutore. In questo caso ha la funzione di ripristinare il potere originario associato a Demetra. Nell’antica Grecia il rituale dell’anasyromai faceva parte di tutte le feste religiose di Demetra, Kore e Baubo. Oltre al sollevamento delle vesti, si danzava, parlava e scherzava in modo licenzioso e si sacrificavano scrofe, simbolo della fertilità femminile. Nelle feste siracusane e ai misteri eleusini si portavano i mylloi, dolci di sesamo e miele a forma di vulva.

Rilievo del XII sec. di Porta Tosa, nel Museo d’arte antica del Castello Sforzesco di Milano

Le statuette che rappresentano donne-vulva hanno l’obiettivo di favorire la fertilità vegetale e umana, invece alcune, sollevando la veste e mostrando la vulva, hanno lo scopo di scacciare gli spiriti maligni. Come l’imponente figura medievale di donna collocata una volta sopra la Porta Tosa di Milano risalente al XII secolo (ora è nel Museo di Arte Antica del Castello Sforzesco). La statua si solleva la lunga veste per svelare la vulva con pelo pubico, nella mano destra tiene un pugnale orizzontalmente sopra ai genitali e guarda fiera davanti a sé. Sopra la sua testa un arco reca la scritta “Porta”. Dato che si trovava in un importante ingresso della città, il suo ruolo era quello di proteggerla e salvaguardarla dagli influssi negativi. L’Europa medievale è piena di questi esempi.

Sheela-na-Gig a Kilpeck in Herefordshire, Inghilterra

L’ultima funzione è simile a quella delle sculture Sheela-na-Gig che mostrano la vulva sotto vari stili e forme in centinaia di luoghi di culto e potere: chiese cristiane e castelli medievali in Gran Bretagna, Irlanda, Francia occidentale, Spagna del Nord. Molte hanno affrontato una storia travagliata di distruzione, frantumazione e incendi. L’etimologia è incerta: “donna del castello” oppure “Sheela seduta sulle sue natiche o fianchi”. A metà XX secolo “gig” è il termine inglese per indicare i genitali femminili, quindi la dicitura diventerebbe “donna vagina”. La ragione specifica della loro presenza in edifici importanti non si conosce. Potevano indicare accrescimento della fertilità, riferirsi alla Grande Dea Madre neolitica, o fungere da talismano di protezione contro gli spiriti malvagi. Queste statue non si trovano solo in Europa, ma ce ne sono di simili in Ecuador, Papua Nuova Guinea (Dilukai) e Indonesia. Divinità che mostrano la vagina si trovano in Giappone: Amaterasu (dea del Sole), Kannon (dea della compassione), Benzaiten (dea di arte, musica, poesia, amore sensuale e patrona delle prostitute).

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