L’inganno degli stivali rossi

Quando ho comprato i miei stivali rossi dopo Natale, non avrei mai immaginato di diventare oggetto di ostinata attenzione da parte delle persone in pubblico. Ho avuto sempre un buon rapporto col colore rosso e con gli stivali in generale (da pirata dal tacco basso, alla caviglia col tacco alto, combat boots, anfibi), ma i cuissardes, come vengono chiamati nella moda, sono tutta un’altra storia. Alti fin sopra il ginocchio e col tacco vertiginoso fanno girare teste, nonostante siano di camoscio, e non di lucida pelle o in PVC. Li ho scelti perché li ho sempre desiderati così da quando è tornato il loro trend nel 2009, li trovo sexy ed eleganti ma purtroppo non tutti la pensano in questo modo. Una delle risposte peggiori che ho ricevuto su Instagram alla domanda “Come giudicate una donna che li porta?” è stata “troia” da un uomo. Che poi si è prontamente corretto quando ho reso pubblico il suo giudizio. Mio malgrado, lui rappresenta la metà delle persone, uomini e donne, che fissano i miei stivali la sera quando esco. Il problema è sempre nell’occhio di chi guarda? Forse.

Kinky Boots, 2005

“Rosso. È il colore del sesso, della paura, del pericolo e dei cartelli che dicono ‘è vietato l’ingresso’. Tutte le cose che preferisco”. “Ma sono comodi”. “Comodi?! Il sesso non può essere comodo”. Questa l’accesa discussione tra la drag queen Lola (Simon) e il designer di scarpe Charlie Price nel film Kinky Boots (2005) quando quest’ultimo le mostra il modello campione di stivali bordeaux dal tacco basso e tozzo che dovrebbe indossare. Non si infilano degli stivali appariscenti col tacco alto per passare inosservati. Si vuole affermare qualcosa di forte, non tanto la propria “scopabilità”, ma la sicurezza nella propria sessualità e nel modo di viverla. Determinata, solco l’asfalto a discapito degli sguardi insistenti. Vi vorrei dire che una “vera dominatrice non si cura della fastidiosa attenzione altrui” ma sarebbe un’affermazione inverosimile da rivista per donne. È una rottura di scatole perché ci si rende conto che in questo Paese sono ancora tanti i tabù da frantumare in mille pezzi, ad iniziare dall’atteggiamento giudicante delle persone in pubblico. D’istinto mi viene da dire, sia ad uomini che donne: “Li vuoi pure tu? Tieni, te li regalo. Basta che smetti di guardarmi con insistenza”. Però non risolverebbe il problema.

Yves Saint Laurent, 1963

Da quando esistono, gli stivali alti sono associati alle sex worker specializzate in sadomasochismo. Eppure le loro origini non sono di stampo feticista, anzi, si perdono sin nel lontano Medioevo e per oltre quattrocento anni sono stati indossati soprattutto dagli uomini. Nel diciannovesimo secolo incominciarono ad essere messi da attrici che ricoprivano ruoli maschili e da prostitute. Per quest’ultimo motivo faticarono a diventare un trend di massa fino agli anni Sessanta del Ventesimo secolo. Yves Saint Laurent fu lo stilista che li consacrò sull’altare della moda grazie all’aiuto di Roger Vivier nel 1963, e ne fu creata anche una versione molto aderente come delle calze. Designer e fotografi come Helmut Newton e Ellen von Unwerth attinsero a piene mani dall’immaginario underground del feticismo dagli anni Venti ai Cinquanta. Charles Guyette, il pioniere dello stile di moda fetish, fu una sicura fonte d’ispirazione per tutti coloro che vennero dopo di lui come Irving Klaw, l’autore delle foto BDSM di Bettie Page, Robert Harrison, editore di magazine di pin-up come Beauty Parade e Wink, Leonard Burtman, produttore del primo film fetish per il pubblico di massa nel 1962, Satan in High Heels, John Willie, fondatore del giornale Bizarre, e cartoonist come Eric Stanton e Gene Bilbrew. Guyette creò le basi dell’immaginario fetish vendendo fotografie a riguardo e perciò fu arrestato e messo in prigione nel 1935 negli USA. Stivali alti neri con tacco alto o a spillo sono il leit motiv di molte sue foto.

Eric Stanton, 1961

Ancora con gli sguardi fissi? È tutto normale. Il feticismo per piedi e scarpe è uno dei più diffusi al mondo. Se cliccate su PornHub, vedrete che vanno forte gli shoejobs, dove “shoe” (scarpa) ha sostituito “blow” (blowjob in inglese sta per pompino) perché massaggia materialmente il pene, che può essere vero o finto, in maniera abbastanza rude. Ci sono anche video di donne che schiacciano sotto le suole vetri, sporcizia, banane, ecc. per eccitare sessualmente. Per non parlare di gente che cammina con tacchi a spillo su corpi nudi.

Bizarre, John Willie

La calzatura, dice Valerie Steele nel suo libro Fetish – Fashion, Sex & Power, può funzionare sia come sostituto fallico per il pene sia per la vagina in cui il piede fallico viene inserito. La scarpa dal tacco vertiginoso significa potere e dominazione. Quest’ultimo modifica passo e postura, cambiando il movimento dei fianchi e del sedere, enfatizza la schiena arcuata spingendola in avanti, accresce la curva del polpaccio e il risultato finale è far sembrare la gamba più lunga e snella. Così, gli stivali alti sottolineano consistenza e linea di gambe e cosce rendendole immediato oggetto del desiderio. Le scarpe feticiste dalla punta dritta hanno spesso un tacco molto fino per la penetrazione anale. Per l’antropologo Ernest Becker i feticisti preferiscono concentrarsi su un accessorio bello e lussureggiante perché provano ansia verso il rapporto sessuale in sé. L’ansia da prestazione è tipica degli uomini in una società patriarcale, per questo il sesso dei feticisti è in genere maschile. Tuttavia, non sono sicura dell’assolutezza delle affermazioni di Becker, quindi aspetto volentieri che qualche feticista smentisca queste teorie.

Possibilities: the photographs of John Willie, 2016

Per il resto, tutto nella vita pubblica è travestimento. L’adorare la pelle non ci rende immediatamente delle persone sicure di sé e aggressive, può invece dire l’esatto contrario. Se ci piace la sensazione che ci dà un materiale rude o uno stivale, spesso significa che quell’aspetto manca nel nostro carattere e abbiamo bisogno del potere della maschera per acquisirlo (oppure ci ricorda sensazioni di una vita precedente, chissà). Quante volte avete incontrato una tigre vestita di colori pastello e dai modi delicati? Ancora una volta, l’abito non fa il monaco.

Charles Guyette, 1920

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