La Carmilla che è in noi

claudia

Claudia, “Intervista col Vampiro” (1994)

Il vampiro è poi incline a essere affascinato, con crescente veemenza, simile all’amore, da particolari persone. Per raggiungere queste persone il vampiro ha una pazienza inesauribile e attua i più sottili stratagemmi, perché a volte incontra centinaia di difficoltà per arrivare alla meta. Il vampiro non desiste fino a quando non soddisfa la propria passione e prosciuga la vita della sua vittima. In questi casi il vampiro protrae più a lungo possibile questo godimento omicida, con la raffinatezza di un epicureo, e accresce il proprio piacere con un assiduo corteggiamento. In casi simili sembra anelare alla comprensione e al consenso. In tutti gli altri casi, invece, il vampiro va dritto al suo scopo, paralizza la vittima con la violenza, strangolandola e dissanguandola in una sola volta“. – Carmilla, Sheridan Le Fanu

“Siamo tutte vampire, ecco perché oggi non ce ne sono più!”, esclama una mia amica esperta di letteratura vampirica al telefono. Io rido divertita. “Ma pensaci no? Possiamo andare dove ci pare, vestirci come ci pare e parlare come più ci aggrada”. In linea di massima è vero. Rispetto a centoquarantanove anni fa (Carmilla è stato scritto nel 1872),  le donne sono libere di fare quello che vogliono. Eppure se l’aborto in Italia è rimesso in discussione e Asia Argento non viene considerata vittima ma colpevole di un abuso, significa che questo Paese non è tanto in salute. Il famoso detto “uno Stato civile si riconosce da come tratta le donne” vale ancora. Questa estate i femminicidi sono stati all’ordine del giorno (e continuano, in barba alla scusa “è colpa del caldo”) e il revenge porn alla Tiziana Cantone dilaga.

Nell’Ottocento le donne-vampiro erano quella categoria femminile che si “opponeva” alla società. Le cosidette “fallen women” (donne decadute) potevano essere aristocratiche avventuriere, vedove senza soldi, prostitute, donne internate in manicomio. Figure negative marginalizzate dalla società vittoriana, la prima ad industrializzarsi in maniera moderna, perché non rispondevano ai canoni della famosa “donna angelo” dedita alla casa e alla famiglia. La donna “libera” era temuta, dato che non conosceva padroni. La contrapposizione tra questi due aspetti è ben evidenziata prima da Goethe nel suo Faust con Lilith, la lussuria, e Margherita, l’amore, e poi da Stoker con Lucy, ragazza “disinvolta” che viene subito presa da Dracula e Mina, spirito gentile, difficilmente soggiogabile dal conte. La femmina sfrontata è subito punita e condannata ad essere una succhiasangue che attrae nelle sue grinfie preti novizi (come il protagonista di La Morta Innamorata di T. Gautier) e ragazze aristocratiche annoiate (come Laura in Carmilla di Le Fanu).

Il problema è centrato perfettamente dal dipinto “Lady Lilith” del preraffaellita Dante Gabriel Rossetti nella versione più sensuale e aggressiva con la modella Alexa Wilding. Nel dipinto Lilith si pettina i lunghi capelli mossi guardandosi ad uno specchio. L’espressione è di una persona che ha la sua vita in pugno. Una sensualità consapevole che spiazza e ammalia l’uomo ottocentesco. Una figura autonoma responsabile del proprio piacere. Un erotismo non riproduttivo che eccita, intriga e terrorizza il maschio moderno. Davanti alla donna vampiro si sente affascinato ed inutile allo stesso tempo.

Quante volte ci è capitato di essere definite “spregiudicate” per aver preso l’iniziativa con un uomo? Alcuni ci hanno ammirato, tanti giudicato. Non fa differenza in quale contesto, se amoroso o sessuale. Gli amici ci hanno guardato con timore/reverenza/disgusto e pochi uomini ci hanno compreso. Questo perché ancora nel mondo di oggi (mi riferisco in particolare a quello italiano) non ci è concesso di vivere come desideriamo senza cadere nella rete del pregiudizio, che non sempre è manifesto, e spesso viene sfogato in modo violento via social e con l’omicidio nei casi più estremi.

E siamo anche scambiate per vampire, demonesse strappamutande Empusa style (“colei che comprime”, mostro ellenico che terrorizza o divora), se ci comportiamo con sicurezza, facciamo sexting spinto o lo prendiamo in bocca ad un uomo di nostra volontà. Non possiamo essere una delicata Beatrice con le proprie fragilità, ma siamo sicuramente delle puttane dissolute che dopo un appuntamento ne hanno un altro e ancora un altro fino alla fine della notte. Siamo indomabili e zingare come una tribù nomade che si sposta da una parte all’altra di un continente. Che poi “puttana” o “troia” siano termini troppo complimentosi, non passa nell’anticamera del cervello di chi li lancia, donna o uomo che sia. Presume un’esperienza che chi non lo fa di mestiere, non ha, e fa sorridere quando non è detto con cattiveria.

La maggior parte delle volte la leggenda è superiore alla realtà. Siamo delle creature soggette ad interpretazione come la Lamia di John Keats, dall’ambigua natura, buona o malvagia, che muore proprio nel momento in cui si vede negata la sua individualità. La libertà di scegliere, di autodeterminarsi non è ben vista pure adesso alla luce di fenomeni come lo slut-shaming, una sorta di caccia al vampiro digitale. Tutti hanno scheletri nell’armadio ma la società li autorizza a diventare cacciatori di presunti vampiri per esorcizzare i propri mostri. Come succedeva nell’Ottocento con la letteratura gotica e i penny dreadful (“spavento da un penny”, racconti gotici e non a puntate), i mostri erano un mezzo per sfogare le difficoltà di una vita borghese morigerata. Erano specchi di “malattie” sociali.

Quando qualcuno vi guarda ammirato e dice “Vorrei avere la libertà che hai tu”, significa che non sa di cosa stia parlando. Essere liberi è un sacrificio come stare insieme a qualcuno. Anche la vampira non è libera, per sopravvivere deve succhiare sangue. La femme fatale deperisce nella vecchiaia e copre gli specchi di casa come la Contessa di Castiglione. La temeraria sbarazzina deve essere in grado di sopportare bene la solitudine. E sotto i canini può nascondersi una grande insicurezza come Carmilla, “trasformata” alla tenera età di sedici anni ad un ballo in maschera.

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