In copertina: Sapomela avvelenata alla cannella creata da @la_strega_semplice
ATTENZIONE: Non prendete sotto gamba gli effetti dei veleni e maneggiate piante, metalli e sostanze solo con protezioni efficaci e, se e soltanto esperti professionisti della materia.
“Le donne nascondono la coda velenosa dello scorpione sotto un volto innocente di colomba” – giurista Girolamo Previdelli, 1524
Biancaneve morde la mela avvelenata di sua madre invidiosa della sua bellezza. Era questa la storia originaria dei fratelli Grimm. Poi la cambiarono perché, per loro, la maternità era sacra, quindi intoccabile, e si inventarono la matrigna invidiosa. La storia rimane comunque interessante e significativa: nel post troverete diverse donne mature che avvelenano donne giovani per mantenere il loro posto o per competizione. La mela avvelenata ha una forte simbologia che richiama il giardino dell’Eden, l’albero della conoscenza, e il serpente, incarnato in Biancaneve e i Sette Nani dalla regina Grimilde sotto le sembianze di una strega anziana. Nelle mie ricerche ho anche scoperto che nei semi della mela ci sono piccolissime quantità di cianuro, ma niente paura: secondo Geopop, ci vogliono seimila semi per avvelenare una persona.
Questo Samhain, Halloween per i cristiani, rendo omaggio al nome del mio blog. Mi addentro nella storia delle donne avvelenatrici, vere e presunte, che hanno animato la storia con intrighi, morti seriali, suicidi, degni di una serie true crime. Inizio, senza badare alla cronologia, dall’intreccio tra veleno e piacere, con la storia dell’infermiera serial killer Jane Toppan, per finire con le leggende su Lucrezia Borgia, Caterina de’ Medici e Cleopatra. Prima, però, bisogna fare una premessa sul rapporto tra le donne e i veleni.
La figura dell’avvelenatrice
Da quando Eva ha mangiato la mela, la donna non ha avuto scampo nella società patriarcale. In quanto nata dalla costola di Adamo, è inferiore, debole e con una propensione naturale ad essere manipolata dal male. La traduzione dell’Esodo (22:18) “Non lascerai vivere la strega” si è diffusa durante la grande caccia alle streghe del Cinquecento ma la parola ebraica originaria era “mekhashepha”, equivalente del greco antico “pharmakeia”, “avvelenatrice”. Col tempo, un’avvelenatrice non poteva che essere una strega e viceversa. Secondo il clero, il veleno era l’unico mezzo che il Diavolo forniva alle streghe per uccidere. Uno dei primi casi di stregoneria in Europa, dopo che Papa Giovanni XXII la dichiarò eresia nel 1320, riguarda proprio un sospetto avvelenamento. L’usuraia irlandese Alice Kyteler fu sospettata di stregoneria perché tutti e quattro i suoi mariti erano morti in circostanze misteriose. Riuscì a fuggire in Inghilterra con il figlio del primo marito e, sul rogo, morì solo la sua serva, Petronilla de Meath.
Perché le donne usavano il veleno
Dalla fine del Neolitico in poi, la donna è sempre stata assoggettata all’uomo: mariti, fratelli, parenti maschi. Bastava un passo falso o che non piacesse ai maschi per passare dalla parte del torto. La separazione o il divorzio era malvisto dalla maggior parte delle società occidentali e non, quindi il veleno era la via di fuga più rapida per sbarazzarsi di un uomo scomodo. Ma anche di eliminare rivali femmine in amore, nel commercio o, in generale, nella vita. Il veleno rimase a lungo il delitto perfetto, perché fino all’avvento del test di Marsh, nell’Ottocento, era difficilmente rintracciabile. In Italia, se una parte della sostanza non era rinvenuta, le testimonianze raccolte non erano sufficienti a incriminare qualcuno e si applicava la sentenza assolutoria. In caso le persone fossero ritenute colpevoli, alla pena prevista si aggiungeva sempre una infamante aggiuntiva. Le condanne variavano da città a città: pena capitale, ruota, marchio a fuoco, taglio di naso, labbra o orecchie. Si poteva pure essere trascinati per le strade, attaccati per i piedi con delle corde a un carro. Il rogo era inflitto solo per sospette pratiche magiche.
Mezzi per smascherare il veleno
Il veleno era testato sugli animali come polli, cani, piccioni e galline. Più rari maiali e gatti. Le cavie umane erano persone condannate a morte, pazienti o medici stessi, che assaggiavano la sostanza tossica in piccole quantità. Con l’avvento dell’autopsia, i dottori verificavano se si avvertiva una fragranza d’aglio all’interno del cadavere. Nel 1836 il chimico James Marsh diffuse un metodo per svelare il veleno allo stato puro e tramite i sali composti e formati dall’unione di acido arsenico o arsenioso con sostanze alcaline. Si trattava di un’apparecchiatura in cui l’idrogeno, entrando in contatto con un composto contenente arsenico, generava l’arsina, un gas incolore con un odore simile all’aglio che brucia con una fiamma azzurrognola. Se, tenendo una ciotola di ceramica sulla fiamma, fosse apparso un deposito argentato, avrebbe confermato la presenza di arsenico. La prima donna a essere beccata dal test fu Marie Lafarge, che aveva ucciso il marito con torte ripiene di veleno per topi perché le aveva mentito sui suoi averi: in realtà era in bancarotta e l’aveva sposata per la sua dote. Nell’Ottocento si riuscì anche a sintetizzare diverse sostanze tossiche e piante grazie all’avvento della farmacologia. Sapere la dose giusta di ciascuna droga e farmaco eliminava i rischi di avvelenamento. Il perfezionamento dei test nella scienza forense e la promulgazione di leggi che rendevano difficile reperire sostanze tossiche portarono al graduale abbandono del veneficio. Oggi, in Italia, i casi di avvelenamento registrati dalla polizia criminale sono relativamente pochi: quattro nel 2023 e sei nel 2024. Tuttavia, il veleno non è scomparso dagli intrighi politici internazionali né dall’uso bellico.
Veleno per piacere: il feticismo di Jane Toppan per i pazienti in punto di morte
Jane Toppan godeva nel vedere morire la gente che assisteva. Nome di nascita Honora Kelley, era un’infermiera di origini irlandesi di Boston, cresciuta a metà Ottocento da un padre alcolizzato che poi spedì lei e la sorella in orfanotrofio. Di temperamento gioviale ma abile mentitrice, fu assunta come cameriera nella famiglia Toppan, che le diede il nuovo nome senza adottarla formalmente. A ventott’anni finì il suo servizio e decise di diventare infermiera al Cambridge Hospital, dove scoprì la sua fascinazione per morfina e atropina, due sostanze che, mescolate, sarebbero diventate la sua arma letale. Jane uccideva solo i pazienti che desiderava morti e provava un godimento sessuale. Questo particolare è stato testimoniato da una sua vittima sopravvissuta, Amelia Phinney, che cadde in uno stato di sonno catatonico dopo che Jane le aveva somministrato una medicina. L’infermiera si arrampicò sul suo letto d’ospedale, l’abbracciò e baciò con foga finché il passaggio di qualcuno non la fece fuggire via. Per alcune lievi infrazioni, non le fu rilasciata la licenza da infermiera dall’ospedale al termine degli studi, ma lei falsificò le carte per diventare privata. Era piuttosto popolare tra i suoi pazienti, nonostante si lasciasse dietro una scia di piccoli furti e di morti. Il massacro di una famiglia nota a cui doveva una grossa somma di denaro per aver soggiornato da loro per cinque anni la incastrò e confessò al suo avvocato di aver commesso trentuno omicidi.
Veleni come afrodisiaci: i cioccolatini alla cantaridina del Marchese de Sade
Nell’antichità, nel Medioevo e in parte dell’età moderna molte piante, parti di animali e sostanze, anche tossiche, erano considerate afrodisiache. Per gli assiri lo erano l’ortica, il papavero rosso e l’assafetida. Gli indù avevano perle bruciate, uova di coccodrillo e occhi di lucertola. In Cina la polvere di rinoceronte (ancora in uso). In Africa la yohimbina, estratta dall’albero di Yohimbé. Stimola il sistema nervoso, aumentando la funzione erettile, ma a dosi elevate si verificano sudorazione, nausea, vomito e morte. Proprio come con la cantaridina, una polvere estratta dalla mosca spagnola, coleottero meloide verde smeraldo, che lo aiuta a proteggere se stesso dai predatori. Dilata i vasi sanguigni e prolunga l’erezione, spesso in modo anormale, causando danni permanenti al pene e disfunzione erettile. A chi ha la vulva provoca prurito, dovuto all’irritazione della vescica urinaria e dell’uretra, che si riteneva si placasse solo facendo sesso con un’altra persona. Controindicazioni che non fermarono nel 1772 il marchese de Sade, che offrì a quattro sex worker di Marsiglia cioccolatini spolverati di cantaridina per renderle più propense al sesso anale. Due di loro soffrirono di forti dolori addominali e vomitarono liquido nero, altre due riportarono il fatto alla polizia, facendo fuggire in Italia de Sade e il suo valletto Latour. Vennero imprigionati in Francia, ma riuscirono a scappare di nuovo nel castello di Lacoste di proprietà del nobile.
Veleno per amore. L’ossessione di Christiana Edmunds
Christiana Edmunds era affascinata dal suo dottore, Charles Beard. Talmente tanto da pensare di avvelenare sua moglie, Emily, per averlo tutto per sé. Insistette a farle mangiare un cioccolatino preso da una famosa pasticceria locale di Brighton, Maynard’s, glielo mise in bocca ma Emily lo sputò subito per aver avvertito un sapore metallico. La sera soffrì di diarrea e di salivazione eccessiva e raccontò tutto al marito, che sospettò subito di Christiana, essendo al corrente della sua amicizia “interessata” nei suoi confronti. Interrogata da Charles, la donna mentì dicendo che anche lei era stata male ed era tutta colpa di Maynard’s. Decise di trasformare la bugia in verità e di avvelenare tutta la città. Escogitò un sistema astuto con cui riuscì a far vendere alla pasticceria cioccolatini alla crema modificati. Tutti stavano male e, alla fine, ci scappò il morto: Sydney, un bambino di quattro anni, deceduto venti minuti dopo aver ingerito i dolci. Nel corpo trovarono stricnina e fu avviata un’indagine. La follia di Christiana non si placò perché voleva essere notata. Inviò pacchetti di torte, tartine e frutta a esponenti di spicco di Brighton, tra cui Emily Beard. Quando i domestici di alcune signore destinatarie si sentirono male, il dottor Beard parlò alla polizia dei due tentativi di avvelenamento della moglie da parte di Christiana. Un tossicologo rilevò l’arsenico in tutti i dolci consegnati e la donna fu arrestata. Una perizia psichiatrica le commutò la pena capitale in ergastolo, trasferendola al manicomio criminale di Broadmoor.
Un’adorabile nonnina, Nannie Doss e i suoi pretendenti
Nannie Doss uccise undici persone, forse con la stessa ridarella gioviale che la contraddistingueva. Nancy Hazle era appassionata di romanzi rosa e sognava di trovare il marito perfetto. Durante una gita in treno andò a sbattere contro la sbarra di metallo davanti a lei e riportò una commozione cerebrale che le causò sbalzi d’umore improvvisi e forti mal di testa. Sposò un operaio della fabbrica di lino in cui lavorava, Charley Braggs, ci fece quattro figlie. Il matrimonio andò lentamente in rovina perché non era la favola che Nancy immaginava fosse. Fece morire due figlie per “intossicazione alimentare”. Il marito, fiutato il crimine, se ne andò con la figlia maggiore e la lasciò sola con la suocera, che morì nel giro di un anno. Charley tornò per firmare le carte del divorzio e Nannie se ne tornò dai suoi genitori con le due figlie rimaste. Si mise a cercare marito sulla rubrica degli annunci per cuori solitari e tentava di conquistarli con pasticcini. Le rispose un operaio bello come un divo di Hollywood, Robert Franklin Harrelson, si sposarono nel giro di due mesi, e rimasero insieme per sedici anni, nonostante le botte e l’alcolismo di lui. Un giorno, Nannie dissotterrò la bottiglia di alcol che Frank nascondeva in giardino e la riempì di veleno per topi, rimettendola al suo posto. L’uomo tracannò la bottiglia e caddè morto a terra. Dopo aver incassato la polizza del marito, Nannie acquistò un suo terreno. Presi direttamente dalla solita rubrica, ci furono altri tre mariti: Arlie Lannie, Richard Morton e Samuel Doss. Furono tutti uccisi col veleno per topi. L’ultimo la incastrò post mortem. Il medico che lo aveva in cura si era insospettito perché Samuel era già finito in ospedale per un piatto di prugne stufate, e poi era stato parcheggiato all’obitorio per un caffè fatale. L’autopsia rivelò una quantità di arsenico sufficiente a stendere un cavallo. Dopo l’arresto, Nannie ammise di aver avvelenato quattro dei cinque mariti. Nel 1955 fu condannata all’ergastolo e divenne una star dei media per la sua apparenza rassicurante malgrado essere una serial killer.
Veleno per sbarazzarsi del matrimonio. La miracolosa acqua di Giulia Tofana
Alla fine della sua vita, Giulia Tofana dichiarò, sotto tortura, di aver ucciso seicento uomini tra il 1633 e il 1651. La sua invenzione era la mitica “acqua tofana” (di cui vi parlo meglio in questo post), venduta alle mogli per sbarazzarsi dei mariti. Non si conosce la sua formula esatta, probabilmente una combinazione di belladonna, arsenico e piombo. Era inodore, incolore e insapore e, se usata correttamente, permetteva all’avvelenatore di scegliere l’ora esatta della morte della vittima. Perfetta per sistemare gli affari delle donne stufe dei propri compagni. La madre di Giulia era stata giustiziata per aver ucciso suo marito nel 1633. La figlia continuò la tradizione, prima in una farmacia in Sicilia, dove imparò l’arte del mestiere, e in seguito a Napoli e a Roma, dove aprì negozi di cosmetici che vendevano sottobanco il famigerato rimedio, inizialmente sotto forma di polvere, poi di unguento curativo in boccette. Il suo commercio prosperò per cinquant’anni. Fu smascherata da una cliente a cui mancò il coraggio di uccidere il marito, a cui confessò tutto. Le autorità papali andarono a prendere Giulia che fu però nascosta in una chiesa per qualche tempo. Infine, si diffuse la voce che avesse avvelenato le acque della città e fu catturata. Dopo la confessione, fu giustiziata insieme alle figlie e a tre assistenti donne. Nel 1791, Mozart avrebbe detto sul letto di morte di essere stato avvelenato dall’acqua tofana, ma è più probabile che fosse morto per un’infezione batterica.
Mary Ann Cotton amava i soldi più dei suoi mariti
Mary Ann Cotton ammazzò ventuno persone, tra mariti e figli, per ottenere la polizza assicurativa. Amava il denaro più di se stessa. Sposò un minatore, William Mowbray, e ci stette dodici anni nel nord dell’Inghilterra, uccidendo qualche figlio in fasce qua e là, finché lui non morì di febbre tifoide e lei incassò l’assicurazione. Nessuno notò nulla perché si spostava molto per lavorare, soprattutto nel nuovo ruolo da infermiera. Incontrò il suo secondo marito, George Ward nell’infermeria di Sunderland, ma di lì a poco anche lui morì di febbre tifoide. Poi fu la volta del ricco vedovo con cinque figli, James Robinson. I bambini morirono tutti e Mary rimase incinta. Sua madre si ammalò, andò a trovarla e, nove giorni dopo, era deceduta. Lei rimase incinta di due bambini (una femmina fu soppressa), James la sposò e le affidò la gestione delle sue finanze, che la donna si affrettò a dilapidare. L’uomo decise di lasciarla e di andarsene con i pochi componenti rimasti della sua famiglia: fu l’unico dei suoi mariti a sopravvivere. Un’amica le presentò il vedovo Frederick Cotton, di cui lei prese il cognome sposandolo, senza però essersi separata da Robinson. Frederick morì di febbre tifoide e di epatite, e poco dopo morirono anche i suoi figli. Un vecchio amante di Mary, Joseph Nattrass, si trasferì a casa di Cotton dopo la sua morte, ma non durò a lungo (anche lui finì stecchito). Fu una frase imprudente detta a Thomas Riley, responsabile dell’assistenza dell’ospizio di West Auckland, sull’ultimo bambino di Mary, avuto con un certo John Mann, che scoprì la sua interminabile scia di cadaveri: “Non mi darà fastidio ancora a lungo, farà la stessa fine del resto della famiglia Cotton”. Quando morì pochi giorni dopo, Riley raccontò il fatto alla polizia. Nello stomaco del bambino trovarono arsenico. Mary fu incarcerata e partorì una bambina che fu data in adozione e visse fino all’età di 81 anni. L’infermiera fu condannata all’impiccagione.
Locusta, avvelenatrice su commissione dei potenti romani
Locusta fu assoldata da Giulia Agrippina, sorella di Caligola, per eliminare il marito, l’imperatore Claudio. Era un’avvelenatrice professionista su commissione, formatasi come druida in Gallia nel primo secolo, oppure come guaritrice in Persia, e portata a Roma come schiava. Poco si sa della sua figura, di cui parlano Tacito, Svetonio e Dione. Tutti si rifornivano da lei e probabilmente i contatti più influenti li otteneva dalle case di prostituzione. All’epoca era molto comune che le donne ricorressero ai veleni per eliminare i mariti, soprattutto durante il rapporto sessuale. Il motivo? Meglio vedove che divorziate senza dote. La moglie, infatti, apparteneva ai beni del marito e, nell’eventualità di un divorzio, non aveva diritto a nulla, a meno che non fosse un’ereditiera. Il veleno più utilizzato era lo stramonio usato come olio lubrificante durante il sesso. Agrippina probabilmente lo usò con il suo secondo marito, Gaio Passieno Crispo, che morì dopo una notte di passione con lei. Anche il suo primo marito, Gneo Domizio Enobarbo, padre di Nerone, era morto avvelenato. Nel caso di Claudio, è probabile che la donna abbia assoldato l’eunuco Aloto, suo assaggiatore, per servirgli funghi avvelenati da Locusta. L’imperatore li vomitò subito, ma il medico Senofonte, anch’egli corrotto, gli inserì una piuma avvelenata in gola e gli fece mangiare una purea di fichi, anch’essa velenosa. Claudio si addormentò e dopo atroci convulsioni morì.
Veleno per potere. Wu Zetian elimina mariti e figli per dominare la Cina
Wu Zetian aveva, secondo un resoconto del VII secolo, “il cuore di un serpente e la natura di un lupo”, che le permise di passare da concubina a imperatrice della dinastia Tang. Degna figlia di suo padre, che da mercante di legname era diventato governatore di due prefetture, da concubina divenne la preferita del figlio dell’imperatore, Gaozong. Quando morì il padre di Gaozong, Taizong, non andò in un monastero buddista con le altre concubine del defunto sovrano. Wu uccise la figlia che ebbe con il nuovo imperatore Gaozong e incolpò di infanticidio sua moglie, l’imperatrice Wang. Wang si alleò con la sua concubina rivale, Xiao, e si adoperarono per lanciarle incantesimi malefici e inviarono vino avvelenato all’imperatore e a Wu. L’imperatore, quindi, le incarcerò; così Wu divenne imperatrice e ordinò di tagliare i piedi e le mani a Wang e all’altra donna e di buttarle in una tinozza di vino. Secondo le cronache, Wu avrebbe esclamato: “Ora queste due streghe possono ubriacarsi fino alle ossa”. Una volta al potere, fece strage di chiunque si fosse opposto alla sua promozione a consorte dell’imperatore. Uccise una sua cugina, che era diventata nuova concubina dell’imperatore, e Gaozong stesso iniziò a soffrire di mal di testa e di una malattia misteriosa che lo portò alla morte nel 690. Wu avvelenò suo figlio, Li Hong, e esiliò tutti i potenziali eredi. Malgrado gli intrighi di corte, fece prosperare l’impero cinese e fu l’unica donna a regnare come imperatrice. La sua tomba non porta alcun epitaffio e la sua figura resta controversa, poiché usò il sesso per ottenere potere.
L’affare dei veleni. La vendetta della marchesa di Brinvilliers
L’affare dei veleni in Francia potrebbe essere la vendetta dall’al di là di Caterina de’ Medici (ne capirete il motivo sotto). Ancora nel Seicento i francesi credevano che il veleno fosse appannaggio esclusivo degli italiani, ma le loro credenze sarebbero state presto distrutte. Marie-Madeleine Marguerite d’Aubrey sposò il nobile Antoine Gobelin e, insieme, acquisirono i titoli di marchesa e marchese di Brinvilliers. Lui era un giocatore d’azzardo dal carattere debole e presto Marie lo tradì con Gaudine de Sainte-Croix, che era venuto a stare a casa loro. La famiglia cercò di dissuaderla dalla relazione quasi pubblica, ma Marie voleva essere libera di fare ciò che desiderava. Il padre diede ordine di arrestarlo e Gaudine fu portato alla Bastiglia per sei settimane. Inferocita per la mancanza di rispetto, quando l’amante fu rilasciato, prepararono insieme la loro vendetta. Marie uccise col veleno il padre e poi i fratelli per ottenere i loro soldi (sia il marito, sia il suo amante avevano le tasche bucate). Quando Guadine morì, tra i suoi averi, fu ritrovato un cofanetto con le boccette di veleno e un biglietto che dichiarava che tutto apparteneva alla marchesa. Un mandato di polizia scattò contro di lei e fu costretta a fuggire, spostandosi per tutta Europa, finché non fu infine catturata. Prima di essere decapitata, disse una frase che avrebbe fatto piombare la Chambre Ardente di Luigi XIV e tutta Parigi nella paranoia: “Tra tanti colpevoli, devo essere l’unica a morire? Eppure la metà della gente in città è coinvolta in queste cose, e potrei rovinarli se parlassi”.
La Voisin, devota cattolica che preparava veleni e praticava aborti
La marchesa Françoise-Athénaïs de Montespan, una delle amanti preferite di Luigi XIV, acquistava pozioni d’amore da Catherine Monvoisin (nome da nubile Deshayes), conosciuta da tutti come La Voisin (la vicina). Un’avvelenatrice professionista, chiaroveggente, abortista e devota cattolica che aveva per cliente la stessa corte reale. Si narra che nei suoi intrugli amorosi fossero contenuti sangue mestruale, sperma, sangue di pipistrello e limatura di ferro. Più in generale, vendeva ai nobili “le polveri dell’eredità”: un miscuglio di arsenico, aconito, belladonna e oppio. L’amante del re era ricorsa ai suoi favori per allontanare la prima amante ufficiale, Louise de La Vallière, e diventarla a sua volta. L’idillio di Françoise con il re durò tredici anni, durante i quali gli diede sette figli. Arrivò una ragazza diciassettenne, Angélique de Fontanges, a cui il monarca conferì il titolo di duchessa, che non aveva mai concesso alla marchesa. Dopo un aborto spontaneo, Angelique si indebolì così tanto da pensare di essere stata avvelenata e morì a diciannove anni. Nel frattempo, l’avvelenatrice Marie Bosse, ubriaca, commise l’errore di vantarsi della sua pensione assicurata per i veleni venduti ai nobili proprio davanti a un avvocato, che la denunciò alle autorità. Bosse menzionò anche il nome di La Voisin, sua rivale, che fu arrestata mentre usciva da una chiesa. La Voisin raccontò alla Chambre Ardente che Montespan le avesse dato un’importante somma di denaro per avvelenare Fontanges e il re. La versione fu confermata dalla figlia di Monvoisin, Marie Marguerite, dopo la morte della madre sul rogo per stregoneria (durante la perquisizione in casa furono trovati libri di magia nera, frammenti di ossa e ceneri di bambini). Il re ordinò che tutti i documenti delle indagini fossero sigillati e custoditi in sicurezza, cercò di mantenere segrete le accuse rivolte alla sua ex amante e poi la spedì in un convento, dove rimase fino alla morte.
Leggende incerte. Cleopatra uccisa da un serpente o da Ottaviano?
Cleopatra non si uccise con un’aspide, come dice Plutarco. Gli effetti di un morso di serpente non permettono di scivolare in un lento sonno: conducono alla paralisi del corpo, contorcono il volto, spalancano gli occhi, provocano convulsioni, vomito e diarrea. Per morire, o prese qualcosa di più immediato, come un cocktail di oppio, aconito e cicuta, oppure fu probabilmente uccisa da Ottaviano: queste sono le ipotesi più recenti accreditate. Inoltre, la sua tomba non è mai stata rinvenuta e quindi non è stato possibile esaminarne la mummia. Dato che il cobra era simbolo di regalità, probabilmente a Plutarco apparve la degna fine allegorica di una regina. Cleopatra era una minaccia per Ottaviano, dato che aveva quattro figli scomodi, uno da Caio Giulio Cesare e gli altri tre da Marco Antonio. Dopo la sconfitta di quest’ultimo nella battaglia di Azio, Ottaviano aveva intenzione di portarla sconfitta in trionfo a Roma, ma lei le inviò un ultimo biglietto con il desiderio di essere sepolta accanto al suo amato. Da qui parte la leggenda. Cleopatra avrebbe preso l’aspide, lo avrebbe avvicinato al seno per essere morsa e sarebbe morta. Le guardie di Ottaviano sarebbero arrivate troppo tardi e l’avrebbero trovata distesa, con espressione serena, circondata da servitori morenti. Era stata una grande conoscitrice di veleni, che probabilmente non aveva studiato testandoli su prigionieri, ma nella scuola di cortigiane di Ninfeo, un altolocato bordello di Alessandria, frequentata a sedici anni per quattro anni. Lì si sperimentavano diverse sostanze tossiche per far diventare i membri turgidi durante la fellatio, tra cui la cantaride.
Il mitico anello di Lucrezia Borgia
Si narra che Lucrezia Borgia, figlia di Rodrigo Borgia (papa Alessandro VI) e di Vannozza Cattanei, andasse in giro con un anello che conteneva la cantarella. Questo era il temuto veleno dei Borgia, che si dice fosse composto da fosforo, acetato di piombo, arsenico e, forse, cantaride. Il particolare raccapricciante era che questo mix venisse sparso su maiali eviscerati in avanzato stato di deterioramento e lasciato essiccare per diventare polvere. Il veleno era fatto scivolare nel vino e pareva avere un sapore dolce che nessuno notava. Tuttavia, non è mai stato dimostrato che Lucrezia indossasse un anello e non ci sono prove che questo veleno sia mai esistito. La leggenda vuole che Cesare e Rodrigo partecipassero alle orge da loro organizzate, come il famoso Ballo delle Castagne, in cui, secondo il cronista Alessandro Pepi, furono invitate cinquanta sex worker che si spogliarono e gattonarono tra i candelabri sul pavimento per prendere al volo, con la bocca, le castagne che gli venivano gettate dal papa, Cesare e Lucrezia proprio il giorno di Ognissanti (31 ottobre 1501). Lucrezia, di fatto, non avvelenò mai nessuno. Sposò tre uomini potenti in periodi politici diversi, prestandosi agli intrighi del padre, e morì a trentanove anni dopo un parto difficile.
La famigerata Caterina de’ Medici
Due anni dopo la Strage di San Bartolomeo, che fu un eccidio contro gli ugonotti, uscì un opuscolo redatto da questi ultimi che dipingeva Caterina de’ Medici come un’avvelenatrice seriale e le attribuiva una lunga serie di delitti dal 1530 in poi, che avevano tra le sue mira anche alcuni esponenti del movimento protestante francese. Gli ugonotti erano gli acerrimi nemici della moglie di Enrico II, che aveva dato i natali a tre re francesi, e in Francia, a quell’epoca, si riteneva che gli italiani fossero tutti avvelenatori, tanto da attribuire a Caterina l’introduzione del veleno nel loro regno. Se vi sembra strano che la Cina e la Russia usino belle donne spie per carpire i segreti della Silicon Valley, sappiate che Caterina era arrivata prima. Utilizzava ottanta dame di corte del suo entourage per avere rapporti sessuali con i potenti e così concludere accordi. La regina italiana indossava i tacchi alti riservati alle sex worker ed era seguita da alchimisti, astrologi e da nove persone affette da nanismo. Quando organizzò il matrimonio tra sua figlia Margherita, cristiana, e Enrico di Navarra, ugonotto, la madre dell’uomo, Jeanne d’Albert, fu contraria. Caterina la invitò a corte per convincerla e pare ci riuscì promettendo che Enrico sarebbe rimasto protestante, anche se non guadagnò il rispetto di Jeanne, che pensava che la prendesse in giro. La leggenda dice — perché non ci sono prove del fatto — che Caterina inviò a Jeanne un paio di guanti profumati in segno di amicizia prima del matrimonio dei figli. Lei li indossò e morì. Il giorno del matrimonio avvenne la Strage di San Bartolomeo, dell’inizio della quale si ritiene responsabile la stessa Caterina. Nel 1589 morì di pleurite a sessantanove anni con quasi tutta la sua dinastia già estinta.
Indumenti che uccidono: mercurio, arsenico e catrame
I vestiti sono sempre stati realizzati con sostanze pericolose o potenzialmente pericolose. Se pensate che i guanti italiani fossero considerati più raffinati perché il loro profumo di essenze e spezie copriva il cattivo odore dei materiali con cui venivano trattati, urina e feci, avete già un quadro della situazione. Con l’avvento dell’industrializzazione, i metalli e le sostanze chimiche impiegate nell’abbigliamento peggiorarono. Tra Settecento e Ottocento, i cappelli causavano l’avvelenamento da mercurio tra i cappellai perché erano fatti di feltro animale per motivi economici: il metallo rompeva le proteine di cheratina, rendendo il materiale più malleabile. Le imbottiture proteggevano dal mercurio i portatori di cappelli e, per questo motivo, per più di duecento anni non fu considerato un pericolo per i consumatori. Nell’Ottocento, soprattutto nell’età vittoriana, l’arsenico era dappertutto. La polvere verde sparsa sulle coroncine di fiori conteneva una quantità sufficiente di sostanza tossica da ammazzare venti persone. Anche in questo caso, il verde era ottenuto con l’arsenico perché economico. L’uso dell’arsenico non era regolamentato dall’industria. Spesso i colori non erano fissati mediante processi precisi, ma solo spazzolati sui capi d’abbigliamento. Il verde smeraldo era ottenuto con il rame arsenicale, scoperto da Scheele. L’arsenico era usato anche per mummificare i canarini sui cappelli delle signore perché conservava meglio la pelle animale. Fu considerato velenoso ad ottant’anni dalla sua invenzione. Stesso discorso per il colore malva molto in voga all’epoca. Era ottenuto da una soluzione di catrame, creata per caso da William Henry Perkin, che lo scoprì mentre sintetizzava la chinina per combattere la malaria. La tonalità era diffusa in grande quantità sulle scarpe da donna e sulle uniformi militari. Per fissare tonalità come il magenta si usava l’acido arsenico. Se questi colori entravano a diretto contatto con l’uomo ed erano spesso indossati, potevano causare effetti devastanti e, in alcuni casi, portare alla morte.
Il veleno torna di moda nella cultura pop. Il monologo della speziale
In questi ultimi due anni sta spopolando una light novel giapponese a tema veleni, da cui sono stati tratti un manga e una serie anime, Il monologo della speziale (The Apothecary Diaries) di Natsu Hyuga e Toko Shino. Maomao è figlia adottiva di uno speziale e appassionata di erbe, rimedi, decotti e veleni, che prova sulla propria pelle. Un giorno è rapita da sconosciuti che la portano al palazzo di Li, che assomiglia alla città proibita di Beijing. Per il suo straordinario fiuto per le medicine e i veleni, è presa dall’eunuco Jinshi ad indagare gli intrighi a corte. Ogni episodio è un giallo da risolvere che intriga chi legge o guarda la serie. A conferire autenticità “scientifica” alla storia contribuiscono anche gli studi dell’autrice. Infatti, Hyuga ha studiato farmacologia e medicina cinese. Un po’ come Agatha Christie, che usava spesso il veleno come arma del delitto nelle sue opere perché da ragazza aveva lavorato come farmacista in ospedale. L’anime The Apothecary Diaries ha avuto un tale successo nel mondo che, a dicembre 2026, è in arrivo un film d’animazione.









