Ai confini della trasparenza: il naked dress non è abito per comuni mortali

La prima volta che il principe William si accorse della duchessa di Cambridge, Kate Middleton, fu nel 2002 durante una sfilata di beneficenza della loro università di St. Andrews in cui lei indossava un vestito nero trasparente che lasciava poco all’immaginazione. Il reale in prima fila disse all’amico: “Wow, Kate è figa”. Stando ai tabloid inglesi, fu il fischio d’inizio della loro relazione. Nel 2011 quell’abito di Charlotte Todd è stato venduto all’asta alla cifra esorbitante di 78 mila sterline.

Negli ultimi anni i naked dress sono diventati talmente popolari che la direzione del Festival di Cannes 2025, ventiquattro ore prima dell’inizio della kermesse, li ha banditi dal red carpet assieme a lunghi e voluminosi strascichi. Il motivo? Ufficiale: mantenere il decoro. Unofficial: non distrarre l’attenzione dai film in gara. Il rischio? Attirare ancora di più l’attenzione (e l’indignazione). Il divieto, nonostante una prima inibizione, è stato ampiamente aggirato nel corso della rassegna cinematografica.

Il trend del naked dress non accenna a tramontare, con Dakota Johnson e Margot Robbie che la settimana scorsa, in due eventi diversi, hanno esibito abiti trasparenti: uno di pizzo nero Gucci e l’altro di perline Armani Privé. Dakota ha  continuato a cavalcare il trend presentandosi allo Zurich Film Festival con un abito su misura Gucci con pizzo blu elettrico. Rihanna lo ha addirittura sdoganato per le donne incinte indossando un babydoll nero che evidenziava il pancione. Nel passato e nel presente, molte star e modelle, da Kate Moss a Mariacarla Boscono, da Beyoncé a Jennifer Lopez, lo hanno sfoggiato a serate di gala e red carpet.

Dakota Johnson in Gucci e Margot Robbie in Armani Privé

Un abito solo da red carpet?

Il naked dress affascina perché la nudità è intuita senza essere rivelata. Facile quando sei un divo, soprattutto donna, essere libero di presentarti come vuoi ma sulle strade italiane le mise trasparenti sono ancora importabili. Un breve sondaggio tra miei conoscenti e follower mi ha confermato che senza un’adeguata copertura (cappotto o giacca) sarebbe difficile attraversare la strada con un abito che suggerisce o rivela reggiseno/seno e mutande. Quando va bene potrebbe essere oggetto di catcalling, quando va male può accadere un’aggressione. La cultura patriarcale che non rispetta il corpo dell’altro e pensa che mostrare la nudità equivalga ad essere disponibili spinge le persone a non osare più di tanto. Bralette e body trasparenti in vista su shorts, minigonne o jeans sono portati in giro con disinvoltura, anche ai concerti, però i vestiti trasparenti sono una rara visione.

Altro motivo parallelo per cui si sceglie di non portarlo è non sentirsi a proprio agio col proprio corpo. La trasparenza espone ogni centimetro della nostra carne, in cui la maggioranza di noi vede dei difetti spesso insindacabili. Inappropriato per cerimonie, ideale per il tappeto rosso, sembra che l’unico posto in cui potrebbe essere infilato è una serata tra amicə fidatə. In quel caso o in quello in cui diventiate famosə, è meglio indossarlo sotto biancheria intima dello stesso colore del vestito o tonalità nude, oppure, se si vuole essere più sexy, copricapezzoli.

Kalasiris

Antiche trasparenze

I vestiti trasparenti esistono almeno dall’antico Egitto. I lini dalla trama più sottile erano quelli di alta qualità indossati dal Faraone. La kalasiris, il classico indumento pieghettato femminile, poteva lasciare scoperto il seno che era coperto da un’altra veste leggera annodata sul petto senza maniche. Non è chiaro se le pesanti vesti a rete di perline fossero portate nella vita reale (post blog su vestito a rete).

In Grecia le vesti non erano così trasparenti e sexy come rappresentate soprattutto a posteriori (Settecento e Ottocento). I chitoni arcaici, le vesti femminili, erano di lana, poi con il chitone ionico fu adottato il lino. Probabilmente le mitiche vesti amorgine (dall’isola di Amorgos) erano fatte di seta perché Platone le descrive come le più costose, tanto da essere offerte alla dea Artemide.

Nel quarto secolo erano molto famose le mussoline impalpabili di Dacca di cotone del Bengala che erano trasportate dalla Persia a Roma (saranno la stoffa degli abiti stile impero).

Incroyable e Merveilleuse a Parigi, Louis Leopold Boilly, 1797

Camicioni bagnati

Dopo la rivoluzione francese, nessuno si voleva vestire più da aristocratico. Accanto ai celebri sanculotti, gruppi di giovani sfidarono le norme vestimentarie: erano les incroyables e les merveilleuses. Andavano in giro per Parigi a capelli sciolti e camicioni trasparenti, prive di corsetto o panier restrittivi, ispirati al neoclassicismo con il punto vita sotto il seno e le micro maniche. La precorritrice di questo stile, però, fu Maria Antonietta che rese celebre la chemise (à la reine), una camicia da notte trasformata in abito da giorno, che prima suscitò scandalo e poi ebbe molto successo tra le dame dell’epoca. Les Merveilleuses, perlopiù attrici e sex worker, portarono la tendenza all’estremo bagnando i propri abiti di mussola o di lino per renderli più aderenti al corpo. Il loro stile si vede bene nel ritratto di Louis-Léopold Boilly, Point de Convention, e nei dipinti di Jacques-Louis David e François Gerard della borghese Madame Juliette Récamier. Come si evince anche dal quadro anonimo Ritratto di una giovane donna in bianco (1798), era una moda esclusivamente per giovani. Le trasparenze presto scompariranno con l’avvento del Consolato, il primo console Napoleone reintegrerà a corte la formalità degli abiti, e ricompariranno ad inizio Ventesimo secolo con la moda edoardiana inglese.

Dal 1908 al 1914 le donne di alta classe portavano vestiti lunghi con corsetto e inserti in camicia di pizzo o batista che lasciavano intravedere clavicole, spalle e, a volte, l’insenatura del seno. Gli abiti da tè edoardiani (tea gown, simili alle chemise à la reine) non dovevano essere indossati con corsetti ed erano di tessuto leggero, bianchi, crema o pastello. Vogue America riporta che nel 1913 il sindaco di Portland in Oregon ordinò l’arresto di tutte le donne che portavano una gonna definita “a raggi X”. Abiti di ispirazione classica saranno adottati da Paul Poiret, Mariano Fortuny, Madeleine Vionnet e Madame Grès, ma, ad eccezione di Poiret, non avranno audaci trasparenze.

Missoni (1967) e Yves Saint Laurent (1968)

La sfilata scandalosa di Missoni e il nude look di Yves Saint Laurent

Rosita Missoni è il motivo per cui adesso tutte le modelle sfilano in passerella senza reggiseno. Nell’aprile 1967 si accorge pochi minuti prima della sfilata che l’intimo da lei scelto si abbina male con le bluse in lamé della sua collezione. Quindi, decide di farle uscire a seno nudo. La scelta fa scalpore in un’Italia ancora conservatrice, Tai e Rosita non vengono più invitati alla manifestazione di moda di Giovan Battista Giorgini alla Sala Bianca di Palazzo Pitti.

L’anno dopo, nel 1968, Yves Saint Laurent realizza per la primavera/estate una blusa di chiffon e organza (cigaline) trasparente, sigillata al collo da un fiocco in raso di seta, che lascia vedere il seno della modella. È nato il nude look. Nel 1966 il couturier aveva già creato con la stessa stoffa un minidress che nascondeva con due fasce di paillettes petto e fianchi ma mostrava ombelico e parte della vita. Il nude look è consacrato da un abito in chiffon nero con cintura di piume di struzzo presentato per l’haute couture 1968-69. Un altro abito icona è quello indossato da Marina Schiano, con schiena e fondoschiena coperti di pizzo, fotografata da Jeanloup Sieff nella posa di Kiki de Montparnasse nella foto surrealista di Man Ray, Il violino d’Ingres. La trasparenza è sempre stata protagonista nei suoi quarantanni di carriera.

Cher su Vogue Us 1974 in Bob Mackie e Ray Aghayan, foto Richard Avedon

Naked dress legendari

Uno dei nude dress più famosi della storia è quello a sirena di Marilyn Monroe quando cantò a John F. Kennedy “Happy Birthday, Mr. President” nel 1962. Tuttavia non si tratta di un naked dress nel senso stretto del termine perché l’intenzione del costumista di Hollywood, Jean Louis, era quella di creare l’illusione del nudo. Infatti, la stoffa color carne tempestata da più di 2.500 strass ad effetto champagne schermava molto la lingerie sotto. Il vestito fu ispirato a uno schizzo iniziale di Bob Mackie, giovane costumista che lavorava nell’atelier di Jean Louis e salirà alla ribalta nel periodo successivo.

A fine anni Sessanta, la nudità divenne un atto politico di rivolta per i giovani hippie nel nome dell’amore libero. Il concetto rimarrà nella lingerie e negli abiti trasparenti dei Settanta. Addirittura Dior, sotto la guida di Marc Bohan, sfornerà nel 1968 un abito lungo chemise di pizzo trasparente indossato dalla modella Veruschka a Santo Domingo. In questo periodo, il re dei naked dress per le star è Bob Mackie. Il primo lo fece per Mitzi Gaynor nel 1969, ma il più famoso è indossato da Cher nel 1974 al Met Gala di New York. Con quest’ultimo, la cantante andò a finire sulla copertina del Time e suscitò talmente tanto scandalo che fu tolto dalle edicole o ne fu strappata la copertina. La diva sarà anche la prima a portare un naked dress sul tappeto rosso degli Oscar nel 1988. Tutte le grandi star americane hanno indossato i vestiti trasparenti di Mackie, da Tina Turner a Miley Cyrus e Sabrina Carpenter. Nel 1993 Kate Moss si presentò al party dell’agenzia di modelle Elite con un vestito slip dress trasparente che mostrava seno nudo e mutandine nere.

Nel 2014 Rihanna fece scalpore col suo abito di Adam Selman ai CFDA Awards in cui ricevette il Fashion Icon Award. Il vestito guantato composto da ben 216 mila cristalli Svarowsky non lasciava nulla all’immaginazione. Il look era completato da un foulard annodato dietro la nuca e un boa di struzzo bianco, il tutto in omaggio alla ballerina Joséphine Baker nata in quella settimana di giugno (3 giugno). Altri look iconici si sono esibiti sulle scale del Met Gala: Beyoncé in Givenchy (2015) e Kendall Jenner in La Perla Haute Couture e Givenchy (2017 e 2021, è abbonata a questo tipo di vestito). Addirittura nel 2024 col tema Garden of Time si è verificata un’autentica esplosione di questi abiti: ha vinto su tutti Elle Fanning in un Balmain effetto stalattite con uccelli sulle maniche che sembravano fatti di vetro. La rapper Doja Cat si è presentata con un vestito-t-shirt bianco tutto bagnato di Vetements.

Nella collezione russa di John Galliano A/I 2009-2010 ci sono diversi vestiti trasparenti in tulle ispirati ai Balletti Russi, alla Belle Époque e allo stile tradizionale slavo. In Italia Alberta Ferretti ha giocato molto con le trasparenze e ha ripreso la stessa chemise à la reine di Maria Antonietta nella collezione P/E 2011. Gli altri designer che hanno sfruttato molto il naked dress sono stati Alaïa, Chloé, Versace, Prada, Valentino. Il naked dress ora è ampiamente usato da quasi tutti i fashion designer. Brand contemporanei da tenere d’occhio sono LaQuan Smith, Dilara Findikoglu, Simone Rocha, No21, Blumarine e David Koma.

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