Forse avevo troppe aspettative su Emilia Pérez di Jacques Audiard ma mi ha lasciato un senso di dejà vu. A causa del disastroso finale mi è sembrato un classico film degli anni Ottanta e Novanta quando un personaggio omosessuale usciva di scena nel peggiore dei modi. Marginalità, comicità o tragedia erano le caratteristiche costanti sul grande schermo di persone considerate diverse e quindi “strane”, nella migliore delle ipotesi. Personaggi al limite che non vivono in mezzo a noi ma in un universo altro in cui decidiamo di entrare solo se vogliamo. Ma il mondo non funziona così. E l’avvocato Rita Mora Castro (Zoe Saldana) sta per scoprirlo.

La storia di come Manitas diventa Emilia
Rita è insoddisfatta dello studio legale dove lavora perché i meriti se li prende tutti il suo capo. Un giorno è rapita e incappucciata e si trova a parlare con un boss mafioso, Juan “Manitas” Del Monte (Karla Sofia Gascon), che desidera cambiare identità. Vuole che gli trovi un dottore disposto ad eseguire l’intervento chirurgico di riassegnazione di sesso. Dopo varie peripezie, Rita riesce a esaudire il desiderio di Manitas che diventa Emilia, inscena la propria morte e le elargisce un’enorme ricompensa in denaro. La moglie Jessica (Selena Gomez) e i figli di Emilia, ignari dell’operazione, sono trasferiti in Svizzera. Trascorsi quattro anni, Rita, ora avvocato di successo, rincontra Emilia a Londra che le chiede di aiutarla a ricongiungersi ai figli che le mancano molto. La donna allestisce una perfetta messinscena a Città del Messico: porta la famiglia di Emilia a convivere con lei presentandola come una lontana cugina di Manitas che vuole prendersi cura dei bambini. Tormentata dai rimorsi, la donna costruisce insieme a Rita un’organizzazione no-profit per ritrovare le vittime del suo cartello. Mentre inizia una relazione con Epifania (Adriana Paz), una donna che ha ritrovato i resti del marito violento grazie alla sua organizzazione, la sua ex moglie le fa sapere che si sposerà con Gustavo Brun (Edgar Ramirez) e si porterà con sé i figli. L’inatteso risvolto fa scattare il grilletto nella mente da boss di Emilia: taglia i fondi a Jessi e vuole far lasciare il Messico a Gustavo. Per tutta risposta viene rapita dai due futuri coniugi che chiedono a Rita un riscatto da trenta milioni di dollari.

Solo storie negative
Dal punto di vista del musical è formidabile, molto rivoluzionario per ritmo e cantato. Non il solito prodotto tradizionale all’americana ma d’avanguardia per musica e coreografie “da strada”. Vale più la pena vederlo per il lato artistico che per il contenuto. Nella partenza faceva ben sperare: una rigida avvocata di successo che si trova all’improvviso catapultata in un mondo che non le appartiene. Tuttavia, l’immedesimarsi nel personaggio di Manitas è difficile per due motivi: è un criminale che vuole essere trasformato in donna per evitare di pagare la sua vita da boss della mafia messicana ed è un miliardario che può permetterselo. Non solo. Vuole rientrare nella vita dei suoi figli senza spiegare il mutamento di sesso. Capisco il dramma, il pathos, l’angst che crea negli spettatori tutto questo. Mi chiedo, però: non ne abbiamo già abbastanza di negatività sulle persone transgender nella vita reale da voler sognare storie più positive e a lieto fine? Perché Emilia alla fine paga più del dovuto la sua scelta, fatta nel pieno della mezza età, di cambiare sesso. Se ne va in modo atroce. E noi spettatori non ci meritiamo l’ennesima sconfitta da parte della società nel non riconoscere una sua degna appartenente.


