In memoria di Vivienne Westwood: regina del sesso ribelle nella moda

foto copertina: Jillian Edelstein

Giovedì sera all’età di 81 anni è morta Vivienne Westwood dopo una lunga malattia. Il suo compagno di vita per 28 anni, Andreas Kronthaler, continuerà ad essere direttore creativo del marchio. Ci sono molte biografie su di lei, recenti e non, tuttavia il racconto che ho trovato più interessante è il documentario “Westwood. Punk, Icon, Activist” di Lorna Tucker del 2019 (Now tv), di cui riporto alcuni passi in questo post. “Ogni volta che disegno qualcosa deve avere una storia, un personaggio”, ha riferito Vivienne alla regista, “Sento che quella storia fa parte di una sorta di nostalgia a cui la gente può attingere”. Per lei è questo il motivo per cui i suoi vestiti sono senza tempo. Vinse due volte di fila il Fashion Designer of the Year Award del British Fashion Council (1990 e 1991) e fu una rivincita personale dato che, soprattutto il mondo della moda inglese, non l’aveva mai considerata. Fino all’ultimo è stata guardata come una persona scomoda dal fashion business e da certi tipi di inglesi perché era una persona diretta che diceva quello che pensava senza maschere: un atteggiamento inusuale nell’Inghilterra del sud.

Vivienne Westwood a quattro anni, foto: Vivienne Westwood Archive

Gli inizi

Nata nel 1941 a Tintwistle nel Derbyshire, vicino Manchester, Vivienne Isabel Swire ha cominciato a cucire abiti per se stessa all’età di undici anni. Da piccola aveva visto un quadro della Crocifissione che le cambiò la vita. I suoi genitori le avevano parlato di Gesù Bambino ma non le avevano mai rivelato la sua fine. Capì così che non si poteva fidare delle persone e che doveva pensare per se stessa. Prima di compiere 17 anni la sua insegnante d’arte le suggerì di intraprendere una scuola artistica ma ci rimase solo per un semestre perché doveva lavorare per mantenersi. Quindi decise di fare l’insegnante delle elementari con l’arte come sua materia principale. Cresciuta con l’idea di dover avere un solo uomo nella sua vita, nel 1962 si sposò ventunenne con Derek Westwood, che a suo dire era un “ottimo ballerino”. Ci fece un figlio, Ben, ma la vita famigliare le stava stretta e i due si separarono nel 1965.

Negli anni Sessanta incontrò Malcolm McLaren, produttore musicale e manager dei New York Dolls, con cui ebbe un figlio, Joseph Corré (fondatore di Agent Provocateur), che avrebbe voluto abortire. Rimase con lui perché Malcolm aveva più esperienza di mondo di lei che “sapeva di essere stupida”. Cominciarono a vendere dischi nel retro di Mr.Freedom al 430 di King’s Road a Londra (ora c’è Vivienne Westwood World’s End che continua a vendere abbigliamento punk delle origini). Vivienne prese in prestito dalla madre 100 pound, iniziò a fare vestiti e nel 1971 diedero il nome di Let it rock allo store.

Jordan fuori dallo store di Westwood e McLaren, 1976

Il sesso nei vestiti

Ogni volta che cambiavano nome al negozio, mutavano anche i vestiti: Too Fast to Live to Young to Die, SEX, Seditionaries, Worlds End. Fu di Malcolm l’idea di sfidare la classe dirigente attraverso il sesso. “Perché l’Inghilterra è la casa del maniaco sessuale”, disse Malcolm a Vivienne. Lo slogan del negozio era: “Abbigliamento di gomma per l’ufficio”. Per i vestiti punk Vivienne si ispirò ai teddy boys degli anni Cinquanta e ai motociclisti, nonché alla sottocultura BDSM. Una delle t-shirt più famose che il duo creò fu Destroy per i Sex Pistols con parole dalla loro canzone Anarchy in the UK (I’m an anti-christ…). La svastica, la Regina d’Inghilterra e il crocifisso rovesciato, simboli passati di un potere distorto, rappresentavano “il fatto che non accettavamo i valori della generazione più vecchia“. Westwood e McLaren inventarono il gruppo punk più famoso della storia dal nulla. Presero un loro commesso del sabato, Glen Matlock, un paio di loro clienti e Johnny Rotten, che era già un fenomeno di eccentricità. Il nome fu dato da McLaren per promuovere in parte il negozio SEX (1974).

SEX era coperto all’interno da graffiti del manifesto femminista radicale di Valerie Solanas, S.C.U.M. (Society for Cutting Up Men), redatto nel 1967, e rete da pollaio. Il negozio vendeva vestiti BDSM fatti da Westwood e McLaren e marche di settore come Atomage, London Leatherman, She-and-Me. Lo scopo del negozio era normalizzare i tabù sessuali. Sulle t-shirt erano stampate immagini del passamontagna dello Stupratore di Cambridge, cowboys nudi dell’illustratore Jim French, seni nudi trompe-l’oeil di Janusz e Laura Gottwald della Rhode Island School of Design e estratti pornografici dal libro Scuola per mogli dell’autore beat Alexander Trocchi. Oltre ai clienti famosi della scena punk, furono assunti dal negozio in periodi diversi Jordan, commessa e modella simbolo del punk streetstyle, il bassista Sid Vicious, la musicista Chrissie Hynde.

Corsetto Statue of Liberty (1988)

Debutto nel mondo della moda

Dopo che il look punk cominciò a comparire su Vogue, Vivienne realizzò che il movimento musicale non stava affatto attaccando il sistema. “Eravamo solo parte della distrazione”, confessa. La sua concentrazione si spostò sulla sperimentazione nei vestiti storici. Realizzò la sua prima collezione ufficiale in collaborazione con McLaren, Pirate (A/I 1981-82), colorata e gioiosa dai motivi ispirati ai nativi americani, in contrasto con l’oscurità punk. Fu rivoluzionaria perché per la prima volta nella storia della moda del Ventesimo secolo i vestiti non si riferivano ad un sesso specifico ed erano indossati da uomini e donne. Da questa sfilata in poi Vivienne esce dall’underground, si presenta al mondo come fashion designer e entra nel business della moda. Malcolm divenne molto geloso del successo di Vivienne e si lasciarono in un’atmosfera di tensione.

Nel 1988 fu creato il celebre simbolo del brand: la sfera del potere regio infilata negli anelli di Saturno che simboleggiava la tradizione portata nel futuro. Una delle più importanti collezioni di Westwood fu Harris Tweed (1987) che portava in scena vestiti una parodia dell’alta società. Tra questi c’era il celebre corsetto Statue of Liberty che lanciò la tendenza dell’intimo portato come abbigliamento da giorno. L’idea le venne osservando una ragazzina composta sulla metro di Londra che indossava una giacca di Harris Tweed (tessuto di tweed fatto dagli abitanti delle Ebridi Esterne in Scozia). Disegnò il proprio tartan per Anglomania (A/I 1993-94, che più tardi diventerà una linea d’abbigliamento) e inventò il suo clan McAndreas che subito fu riconosciuto da The Lochcarron of Scotland. Nel 1998 lanciò la fragranza Boudoir, che Vivienne individuava come posto femminile dove vestirsi e svestirsi, in cui una donna poteva vedere propri difetti e potenziale. Nel 2004 il Victoria and Albert Museum ospita la prima mostra retrospettiva sulla designer.

Vivienne Westwood a Buckingham Palace, 1992, Getty Images

Come incontrò Andreas e la regina d’Inghilterra

Sempre nel 1988 Vivienne conobbe il tirolese Andreas Kronthaler durante un ruolo da insegnante di moda all’Università di Arti Applicate di Vienna. Lui andò con un gruppo di studenti in Inghilterra ad assistere ad una sua sfilata. Al termine disse a Vivienne in modo sfacciato che aveva bisogno di essere migliorata e restò per la collezione successiva. Non tornò più a Vienna e cominciò a consigliare Vivienne sulle sfilate. La fashion designer comprese il suo talento, una visione ben precisa della progettazione degli abiti, e collaborò con lui. Ognuno aveva la metà del lavoro e costruivano un abito insieme sulla modella, come facevano una volta i couturier. Si sposarono nel 1993.

Nel 1992 Vivienne si presentò al cospetto della Regina Elisabetta II senza mutandine sotto alle calze color carne. La sovrana le consegnò l’O.B.E. – Most Excellent Order of the British Empire per aver portato con successo la moda britannica nel mondo. Quando le foto della sua giravolta senza mutande a Buckingham Palace uscirono il giorno dopo, a Vivienne fu riferito che la regina era rimasta molto divertita dal particolare. Nel 2006 fu investita del titolo di Dame Commander of the British Empire dall’allora principe Carlo. Per molti l’assenza di mutande fu interpretata come un gesto irriverente ma in realtà era un’abitudine. La designer non le indossava sotto i vestiti, solo boxer del marito sotto ai pantaloni. Le piaceva stare comoda.

foto: Istituto Marangoni Miami

Non tutti sanno che l’azienda di Vivienne è stata sostenuta da italiani

Carlo D’Amario, manager del brand dal 1986 e ora amministratore delegato, conobbe Vivienne durante una sfilata a Parigi. Usò tutte le sue conoscenze italiane, in particolare con Elio Fiorucci, per far produrre il brand in Italia. Vivienne avviò la produzione personalmente in una fabbrica fiorentina e il suo abbigliamento migliorò subito in qualità. Fiorucci scomodò Giorgio Armani che accettò di essere lo sponsor di Westwood. Purtroppo però il contratto milionario fu distrutto da Malcolm che rifece capolino per guastare i piani a Vivienne: “Lei è la mia partner, non potete farlo, vi porto in tribunale”. La designer tornò in Inghilterra squattrinata e dovette affidarsi alla previdenza sociale. La madre Dora giunse in suo soccorso con un prestito. Per due o tre anni arrancarono ma la stilista non smise mai di fare vestiti aiutata da Bella Freud, ora fashion designer. Furono tempi duri. Fu invitata ad uno show comico per mostrare la sua collezione e il pubblico rise ad ogni suo pezzo. Vivienne non se la prese, definì le risate strane perché era la prima volta che riceveva un tipo di reazione simile.

“Non mi ricordo il momento esatto in cui la mia azienda è diventata famosa ma alla fine è successo”, ammette la designer e aggiunge: “Adesso non sono così contenta della mia azienda perché si è allargata troppo”. Verso la fine Vivienne non riusciva a stare dietro a tutto per i tanti settori del brand. Fatto sta che quando aprì il suo terzo negozio, un temporary shop in Conduit Street, capì che il brand stava diventando più grande. La caratteristica principale e singolare in questo periodo in cui tutti i grandi brand sono di proprietà o affiliati a holding del lusso è che Vivienne Westwood è un marchio indipendente.

Vivienne protesta contro il fracking a casa di David Cameron nel 2015

L’impegno per l’ambiente

Un articolo dello scienziato James Lovelock sul The Guardian sul disastro ambientale previsto per il ventunesimo secolo la scioccò talmente tanto che decise di sposare la causa ambientalista. “In tutta la mia vita ho pensato agli interessi della gente, nonostante sia stata molto fortunata” quindi, ha sentito il bisogno urgente di preoccuparsi per il pianeta per salvare le persone su di esso. È una dei pochi personaggi pubblici che ha riconosciuto nel sistema economico capitalista il vero nemico dell’ambiente e non solo, proponendo un’economia verde. Vivienne Westwood fu il primo brand ad abolire l’uso della pelliccia vera sulle passerelle, forse anche dovuto alla consapevolezza vegetariana della sua creatrice. Usa materiali sostenibili come cotone biologico, canapa, lino e fibre sintetiche riciclate come poliestere e nylon.

Nel 2007 il brand pubblicò l’Active Resistance to Propaganda manifesto in cui invitava le persone a fare scelte climatiche consapevoli. Vivienne è anche andata più volte contro gli stessi interessi del suo brand intimando alle persone di non comprare vestiti. Nel 2015 ha guidato un carro armato bianco verso la casa del primo ministro dell’epoca, David Cameron, per protestare contro il fracking (fratturazione idraulica, tecnica estrattiva dannosa). Pensava pure che l’auto fosse un peso inutile e andava sempre in giro in bici per la città. Ha abitato in una casa popolare per anni a Clapham fino alla sua morte. Tre mesi fa non aveva partecipato alle sfilate parigine per fare sciopero a Londra contro le condizioni di vita impossibili della società inglese attuale. Nel 2023 sarà lanciata la Vivienne Foundation per combattere il cambiamento climatico, fermare la guerra, difendere i diritti umani e protestare contro il capitalismo. Tutti temi cari alla scomparsa Vivienne.

Rest in Peace, darling.

Vivienne Westwood indossa la t-shirt dei Sex Pistols

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