Hot pants irrinunciabili in tutte le stagioni: la storia del capo più comodo e sexy del nostro guardaroba

Foto copertina: Ale

Una volta ho giurato a me stessa che avrei portato sempre gli hot pants perché sono comodi e puoi andarci dove vuoi (salvo luoghi di culto e uffici). Non so se riuscirò a mantenere questa promessa per sempre ma li ho di sicuro messi abbastanza a lungo dall’adolescenza in poi dall’aver passato quasi tutti i corsi e ricorsi di stile, compreso quello col taglio sopra alla chiappa (preso da H&M quando vivevo a Londra). Se penso che questi ultimi pantaloncini hanno fatto girare la testa di un attore inglese che mi piaceva all’epoca mentre passavo per Regent’s Park, mi risulta subito chiaro che questo indumento abbia un indubbio potere sessuale. Mette in risalto il sedere e nel caso di quelli a vita alta può far sembrare più slanciate le gambe. In città, in giro, ad un concerto sono molto più pratici di una gonna. D’estate se la carne tra le cosce sfrega, è meglio portarli per separarle. Anche se con quelli super corti siamo punto e a capo. A differenza della gonna, sono meno comodi per il sesso perché bisogna sempre toglierli completamente per avere qualsiasi tipo di rapporto.

Felipe II en la jornada de San Quintin, Antonio Moro

Storia. Il boom degli hot pants c’è stato nel 1971 grazie alla diffusione del poliestere come materiale sintetico abbordabile e flessibile. I pantaloncini veri e propri per l’esterno (da non considerare quelli usati per biancheria intima) risalgono al 1500 ed erano indossati da uomini. Di origine spagnola, si chiamavano braghe (ex cosciali) e passarono dall’essere aderenti ad essere imbottite, indossate sopra a dei calzoni con sotto calze ad ago. In mezzo avevano in genere la braghetta una tasca o tassello in mezzo alle gambe come rifinitura delle calzebrache che ricopriva il pene dandogli involontariamente una forma più grande di quello che era ( a metà Cinquecento assunse forma di corno). Non mi stupisce sapere che nessuna legge suntuaria ne proibì mai l’uso, dato lo stampo fortemente patriarcale della società dell’epoca. Per le donne c’erano le braghette, pantaloncini indossati però sotto le gonne per andare a cavallo. Dal 1620 quelli da uomo furono piano piano sostituiti da altri più sciolti lunghi fino al ginocchio, di ispirazione francese.

Brooke-Popham e Wavell dell’esercito inglese durante la Seconda Guerra Mondiale in bermuda

Ritroviamo i pantaloncini nell’abbigliamento maschile per bambini dell’Ottocento. Diventarono di nuovo per adulti grazie alla diffusione dei bermuda nella prima guerra mondiale. L’isola era la sede dei quartieri generali dell’esercito britannico in Nord America e c’era un solo tea shop caldissimo in cui i soldati che prendevano il tè facevano la sauna. Il proprietario portò i pantaloni kaki del personale da un sarto locale che li tagliò sopra al ginocchio per far fronte al caldo. Il contrammiraglio Mason Berridge li vide e li adottò per i suoi ufficiali battezzandoli bermuda: da quel momento in poi furono adottati da tutte le truppe inglesi ai tropici. Nel 1920 si diffusero in tutto il mondo per i turisti che ne copiarono lo stile e saranno indossati anche dalle donne dagli anni Trenta prima nello sport (Alice Marble) e nelle attività all’aperto, poi dalle dive di Hollywood negli anni Quaranta e nei Cinquanta entreranno a far parte dell’abbigliamento quotidiano.

Lana Turner in Il postino suona sempre due volte (1946)

Strumento di liberazione. Nonostante negli anni Trenta e Quaranta i pantaloncini fossero indossati da uomini e donne per sport e attività all’aria aperta, era considerato tabù metterli al di fuori di questi contesti. Solo una star spregiudicata come Lana Turner poteva andare in giro con dei pantaloncini nel 1937 sul set di Vendetta (They Won’t Forget). La stessa li mise di nuovo nel film del noir Il postino suona sempre due volte (1946) per interpretare una donna provocante nel celebre outfit con turbante, camicia annodata sotto al seno, stomaco scoperto e pantaloncini a campana a vita alta, di bianco dalla testa ai piedi. Altre star che avevano sdoganato lo stile prima di lei erano state le cantanti, attrici e ballerine: Ruby Keeler, Deanna Durbin, Betty Grable. Una grande mano nel rendere i pantaloncini più accettabili fu data dalle star di Hollywood ritratte sulla spiaggia e in foto da pin-up con questo capo d’abbigliamento (una su tutte Marylin Monroe). Molto spesso si nomina come responsabile della loro diffusione pure il Burlesque ma non ci sono grandi esempi di pantaloncini indossati dalle sue performer, solo mutandoni di scena che vengono spesso scambiati per questo capo.

Silvana Mangano in Riso Amaro

In Italia furono sfoggiati arrotolati da Silvana Mangano in Riso Amaro (1949), Sophia Loren in La donna del fiume (1954), ed Elsa Martinelli in La risaia (1956). Negli anni Cinquanta diventarono parte integrante dell’abbigliamento pubblico, nella versione a vita alta con la zip laterale, colorati, di cotone o sintetici, non senza resistenze da parte di cittadine conservatrici. Negli Stati Uniti uno dei primi divieti di indossarli risale al 1938 (Honesdale, Missouri), poi ce ne furono altri in Texas, Illinois, Stato di New York. Era un’offesa alla pubblica decenza. Gli fu anche dedicata una banalissima canzone dei The Royal Teens “Short Shorts” (1957).

Brigitte Bardot in hot pants

I pantaloncini diventano hot pants. Gli hot pants sono la versione a vita bassa dei pantaloncini degli anni Cinquanta. In pratica un filo di stoffa che copre parte dei fianchi, sedere e pube. Non è chiaro se li abbia inventati prima Mary Quant (colei che ha diffuso la minigonna nel mondo) a fine anni Sessanta o Mariuccia Mandelli (Krizia) nel 1970. L’origine del nome però è sicura: gli fu dato dalla rivista Women’s Wear Daily per descrivere shorts fatti da materiali di lusso (velluto, satin) nell’abbigliamento di moda. Il vero anno del loro boom fu il 1971, non per motivi particolarmente romantici, anzi, ma perché il poliestere si diffuse come fibra artificiale in grado di far aderire gli indumenti al corpo. Era un tessuto formidabile per l’epoca perché non si restringeva, non presentava pieghe, non assorbiva l’umidità ed era facilmente lavabile. Diventò quindi l’ideale per l’abbigliamento casual e fu usato anche per i pantaloncini (andavano di moda anche crochet). Gli hot pants ormai erano stati sdoganati dalla rivoluzione sessuale e si diffusero ovunque.

Love in Hot Pants

C’erano anche porno a tema come Love in Hot Pants (1971), Dagmar’s Hot Pants, Inc. (1971), Hot Pants Holiday (1971). Anche in 1972: Dracula colpisce ancora! erano presenti i pantaloncini. James Brown sempre nel 1971 ci compose sopra la hit Hot Pants, Jimmy Patrick e i Salvage fecero canzoni omonime nello stesso anno (la fantasia nei titoli si sprecava, ma credo fosse per attirare subito l’attenzione). Questi ultimi dicevano che i tempi della minigonna erano finiti perché ragazze ricche, povere e timide indossavano minuscoli hot pants da Washington al Maine. Gli hot pants erano spesso abbinati a stivaletti sotto al ginocchio, chiamati go-go boots dalle go-go dancers, le antenate delle cubiste nei locali dove si suonava il rock. Le star li sfoggiavano ovunque: Liz Taylor, Jackie Kennedy, Brigitte Bardot, Sean Connery in James Bond, David Bowie, Elton John, Liberace.

Jesus Jeans, Oliviero Toscani

Risale al 1973 la strafamosa campagna rivoluzionaria per il marketing comunicativo realizzata dal fotografo Oliviero Toscani per la marca di jeans Jesus con la frase di Gesù stampata sul retro dei pantaloncini: “Chi mi ama, mi segua“. Il sedere è della modella Donna Jordan, la citazione è un’interpretazione della frase del vangelo secondo Matteo (“Se qualcuno vuole venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”), la foto fu realizzata anche sull’onda del successo del musical Jesus Christ Superstar uscito proprio in quell’anno. L’Osservatore Romano accusò la pubblicità di essere blasfema e la Buoncostume cercò di ritirare i suoi manifesti.

Southwest Airlines 1975

Questo indumento cortissimo fu addirittura messo addosso alle hostess della Southwest Airlines del Texas, compagnia aerea nata anch’essa nel 1971, ma attenzione: per vederle in pantaloncini arancioni e stivaletti di pelle dovevi pagare il biglietto. Per avere il posto di lavoro bisognava entrare bene nei pantaloncini, essere sulla ventina, non portare gli occhiali. I vertici giustificavano questa scelta perché il 90% dei clienti della compagnia aerea erano uomini. Il motto della Southwest era “il sesso vende poltroncine“. Le femministe scatenarono un putiferio, e alla fine la compagnia texana ritirò questa sorta di divisa negli anni Ottanta accusata di discriminazione sul lavoro. Sul finire degli anni Settanta hot pants bianchi furono introdotti in un’altra divisa, quella delle iconiche Dallas Cowboys Cheerleaders. Tuttavia la tv americana era ancora conservatrice se l’attrice di Daisy Dukes in Dukes of Hazzard, Catherine Bach, doveva portare delle calze color carne sotto i pantaloncini per non far intravedere nulla e non scandalizzare i puritani spettatori. Usava il potere dei suoi hot pants per distrarre camionisti ed evitare di prendere delle multe per la sua guida spericolata. In Gran Bretagna la troupe di danza Pan’s People della BBC li portava spesso. In Italia Raffaella Carrà fu la prima ad indossare degli hot pants in tv.

Debbie Harry, Bob Gruen, 1977

Semi – decadenza. Da fine anni Settanta in poi in USA i pantaloncini tornano ad essere visti male negli Stati Uniti. Molti dicono per il film Taxi Driver (1976) dove una sex worker adolescente, interpretata da Jodie Foster, ne indossa diversi. Debbie Harry, leader delle Blondie, ne sfoggia incurante un paio dagli orli sfilacciati in una foto del 1977 a Coney Island scattata dal famoso fotografo rock Bob Gruen. D’altronde il punk è ribellione sfrontata e menefreghismo allo stato puro.

Paradise Garage, The Zebras, 1978

Io non sono d’accordo ad affermare la loro decadenza perché anche sul fare degli anni Ottanta rimasero comunque un accessorio sexy dalla forte simbologia sessuale se un gruppo hard rock come gli Zebras lo schiaffa in copertina su Paradise Garage addosso ad una donna che lucida piegata a novanta una macchina d’epoca. Questa tipologia si chiamava “dolphins” e avevano l’orlo ancora più da capogiro: a metà gluteo. Prendevano il nome dall’azienda che li ha prodotti per prima, Dolfin. Come oggi negli anni Venti del Duemila le adolescenti preferiscono mettersi i pantaloncini a vita alta revival anni Novanta, negli Ottanta tutti i teenagers (e non solo) indossavano i dolphins che erano fatti all’inizio per atleti, erano di nylon, avevano angoli arrotondati e tagli laterali, erano unisex e senza rivestimenti. Non è un caso che la controversa catena americana Hooters (significa veramente “tette”, il riferimento al verso della civetta è solo un tentativo di nobilitazione del nome) abbia adottato i dolphins arancioni come divisa delle loro cameriere: il ristorante è nato nel 1983. Chissà se si sono ispirati alla Southwest Airlines per il loro colore? Nota curiosa: indossano calze color carne sotto i dolphins.

Britney Spears, I’m a slave 4 U, MTV Video Music Awards 2001

I pantaloncini sono sempre sulla cresta dell’onda. A fine anni Novanta i pantaloncini sono ritornati prepotentemente alla ribalta grazie alle star degli adolescenti: Britney Spears (I’m a slave 4 U, performance MTV Video Music Awards 2001), Christina Aguilera (Dirrty, anche se sembrano più mutandine, 2002) e nel 2010 Kylie Minogue con i suoi famosi pantaloncini dorati sul video Spinning Around. Presi con pochi spicci ad un mercato delle pulci a Londra dalla fotografa Katerina Jebb e selezionati dallo stylist di Kylie, William Baker, ora valgono circa dieci milioni di dollari e sono conservati dal 2014 in una teca antiproiettile all’Arts Centre di Melbourne. Miley Cyrus pure ne ha portati diversi, on stage e off stage, compresi dei daisy dukes in cui si vedevano le sue parti intime.

Beyoncé in Europa, 2018

Personalmente però quelli che mi sono rimasti più impressi degli anni Duemila sono quelli di Beyoncé nel video Crazy in Love ft. Jay-Z nel 2003. Look basic con accessori efficaci: pantaloncini di jeans, canotta bianca, bodychain dorata e sabot rosso lacca dal tacco vertiginoso. Nel 2018 ha fatto parlare di nuovo di sé approvando il trend dei pantaloncini con lacci a corsetto laterali (ci sono anche con lacci sulla zip stile Christina Aguilera dei primi tempi e in corrispondenza delle cosce su entrambi i lati) durante una vacanza in Europa con Jay-Z. Una moda parallela che va avanti anche questa estate ma che ha origine negli anni Settanta. Al momento sembrano essere questi i più pornografici sulla piazza per la nostra epoca. Adesso esistono hot pants per tutti i sessi e quelli più unisex sono di J.W. Anderson. Semplici o con fronzoli sono uno degli indumenti che ricorrono spesso nelle sue sfilate. I pantaloncini sono ormai intramontabili nella moda di strada e da sera. Tutti i tipi di corpo li indossano per la loro comodità abbinata ad una sexiness che raramente si trovano in uno stesso pezzo di abbigliamento.

Foto by Ale

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