La vera storia della Signora delle Camelie, tra pedofilia ed indipendenza economica sessuale

La donna si alzò con circospezione dal tavolo. “Scusatemi”, mormorò, ma nessuno la ascoltò. Le persone al tavolo erano troppo occupate a gozzovigliare ed a disquisire sui mali del mondo per notare ciò che gli accadesse intorno. Un uomo dai freschi baffi però si accorse dell’assentarsi della dama e la seguì quasi subito, lasciando il tovagliolo sul tavolo. La trovò nell’atrio deserto della dimora in cui erano ospiti, sdraiata su un divano, il corpetto slacciato e la mano posata sul cuore. Ansava e Alexandre si guardò intorno per aiutarla in qualche modo, fu così che si accorse della lunga striscia di sangue che screziava l’acqua di un vaso d’argento vicino a lei. Sospirò in pena. Era tubercolosi. Scosse la testa non visto da Marie. Grazia e bellezza non fermavano nessuna malattia. Si sedette accanto a lei, visibilmente provato dalla scoperta, e le baciò la mano in lacrime.

La Signora delle Camelie è una delle più grandi storie tragiche di metà Ottocento. Abbandonata dalla madre, maltrattata, sfruttata sessualmente dal padre, usò la sua bellezza per conquistare un’indipendenza economica perennemente in bilico con la dipendenza. Alexandre Dumas creò la pantomima di una vita che aveva guardato per la maggior parte dalla finestra e la sacralizzò a teatro ispirando addirittura La Traviata di Giuseppe Verdi. I biografi della defunta romanzarono a tal punto la sua vicenda che ad un certo momento non fu più possibile distinguere tra finzione e realtà. Per fortuna però, grazie al lavoro della meticolosa giornalista Julie Kavanagh e Jean-Marie Choulet, curatore del Musée de la Dame aux camélias (Gacé, Normandia), sono riuscita a fare luce sulla sua infanzia e giovinezza. Marie Duplessis si chiamava Alphonsine Plessis, proveniva da Nonant in Normandia ed era nata il 15 gennaio 1824. Era la seconda figlia di una cameriera, Marie Deshayes, e un ambulante senza scrupoli, Marin Plessis. Quest’ultimo, generato dall’unione tra un prete e una prostituta, non aveva una buona opinione delle donne, era fedifrago, e costantemente ubriaco picchiava moglie e figlie. Quando tentò di gettare nel camino acceso Marie, questa se ne andò affidando le figlie agli zii. Siccome non riuscivano a mantenere entrambe, Alphonsine fu spedita da una loro cugina e poi di nuovo dal padre quando a questa nacque la terza figlia. Nonostante fosse riuscita ad ottenere un lavoro in una lavanderia, Marin pensò bene di venderla a quattordici anni al settantenne Plantier, un ex viveur. Il vecchio le insegnò le “arti amatorie” e la pagò profumatamente ma lei scappò quando le venne la prima mestruazione, forse perché non sapendo cosa fosse, pensò che a causarla fosse stato lui.

Dopo un breve periodo in un’ombrelleria, il padre la portò a Parigi e la lasciò ai cugini Vital. Alphonsine era nel pieno dell’adolescenza, un’età irrequieta ed esuberante, quindi fu licenziata dalla lavanderia per le sue uscite nel Quartiere Latino, al tempo luogo di studenti universitari. Madame Vital le trovò lavoro in un negozio di vestiti da signora dove conobbe Ernestine e Hortense. Queste erano delle lorette, ovvero ragazze che si procuravano uomini per farsi pagare una cena, dei vestiti o un biglietto per il teatro. Erano un gradino in basso a quello delle mantenute. Entrando con loro in un ristorante a pranzare, Alphonsine fece la conoscenza del vedovo cinquantenne gestore del locale Nollet che, stregato da lei, in appena un mese di frequentazione, le comprò un piccolo appartamento vicino ai giardini delle Tuileries. Lasciò il lavoro e i Vital che la bandirono dalla loro casa. Le fece trovare nel cassetto tremila franchi per le prime necessità ma alla ragazza piacevano già la moda ed il lusso e li sperperò tutti in poco tempo.  Per il ristoratore che guadagnava solo ventidue franchi al mese non era un grande affare, dunque smise di vederla e rifornirla di soldi.  Il ricco banchiere protettore di Ernestine sistemò la ragazza in un altro sontuoso appartamento però ormai Alphonsine non era più fatta per persone facoltose. Solo un nobile poteva mantenerla e stare al suo ritmo frenetico di spesa.

Nel 1840 incontrò nel salotto della nuova benestante Hortense il visconte De Méril che era assistente del ministro degli Interni. Si innamorò e rimase incinta. L’uomo promise di prendersi cura sia di lei che del figlio però quest’ultimo morì di polmonite poco dopo. O almeno è quello che le fece credere lui, dato che Alphonsine non chiese alcun certificato di morte. I suoi contributi cessarono e per un breve periodo fu costretta a tornare a lavorare in negozio. La proprietaria Mademoiselle Urbain era stata in passato una prostituta e capiva benissimo la situazione di alcune sue ragazze. Nel 1842 tuttavia ebbe un nuovo protettore, il duca Agénor de Guiche. Questi le diede lezioni di francese, disegno, musica e danza. La istruì talmente tanto che la ragazza fu in grado di sostenere conversazioni brillanti con la crème de la crème parigina al famoso Cafè de Paris. Si riuscì ad inserire anche nell’esclusivo simposio dei dodici, composto da celebri discepoli dell’eros che si riunivano assieme a ragazze, lorettes e mantenute in un salotto privato e su un tavolo decorato da statuine in acrobatiche posizioni sessuali si raccontavano le loro avventure con un linguaggio esplicito. Mentre Alphonsine era in vacanza balneare sul Baltico, nella città belga di Spa, conobbe il generale estone settantaseienne Gustav Ernst von Stackelberg che rimase folgorato dalla sua visione. La fisionomia della giovane gli ricordava le sue figlie morte di tubercolosi. La convinse a recitare la parte di una di queste dietro promessa di una rendita. Il duca la sistemò in un appartamento di rue d’Antin e il generale glielo arredò. Intanto le spese domestiche della mantenuta salirono a quarantamila franchi.

Adottò il nome di Marie Duplessis, il primo ispirato alla Madonna, il secondo per il futuro intento di comprare il castello di Plessis a Nonant, nel quale aveva lavorato la madre, e magari un giorno di diventare aristocratica. Contrariamente a quanto si possa pensare date le cifre dei suoi conti, aveva uno stile sobrio ma ricercato nel vestire. Anche se il codice societario le impediva di pranzare con donne “rispettabili” e di rango, era molto ammirata da questa categoria per la sua apparenza virginale, pulita e non chiassosa come molte sue pari. Marie ebbe infatti in seguito accesso alla società mondana di più delle sue colleghe. Amava andare a teatro, sedersi sul suo palco riservato con un binocolo, un piccolo bouquet in mano e un fiore appuntato al suo corsage, una camelia. La sua predilezione per il fiore bianco è attestato sia da Dumas che da George Sand che ispirò La Isidora a lei. Ebbe due amant de coeur, ossia amanti che non le pagavano la rendita: l’ex cavaliere Edouard de Perregaux e Alexandre Dumas figlio. Il primo era buono, gentile ed onesto ma geloso di lei. Andarono a vivere insieme nel paese di Bougival vicino Parigi e vissero felici e contenti per un po’. Purtroppo però Ned (Edouard) non era stato completamente onesto con lei e aveva finito da tempo la sua rendita annuale, iniziando a sperperare il patrimonio di famiglia. Sul lastrico e con la paura di perdere Marie, accettò il suo suggerimento di sposarla, tuttavia lei non fu subito d’accordo perché voleva tornare alla sua vita di sempre a Parigi.

Il generale von Stackelberg era tornato nel frattempo e le regalò un appartamento in Boulevard de la Madeleine. Le faceva regali eccessivi proprio per il fatto che Marie iniziava a stare male ed è probabile avesse un presentimento che sarebbe andata a finire come le sue bambine. Nel marzo del 1844 Marie iniziò a soffrire di febbri notturne. All’epoca non si conoscevano rimedi per la tisi, tutte le prescrizioni erano blande. La medicina “romantica” e ciarlatana pensava che la tubercolosi fosse dovuta a passioni dolorose e che nelle donne attivasse un processo biochimico capace di aumentare la libido della paziente. È plausibile che Marie avesse contratto il contagio ad uno dei numerosi balli, feste e cene a cui andava quasi ogni giorno. In queste condizioni incerte incontrò Dumas ad una cena dopo una serata al Variétés. La scena che ho riportato sopra è il primo contatto tra i due, che erano coetanei e condividevano gli stessi passatempi. Stettero insieme per un breve periodo e poi Alexandre ruppe perché sospettava ci fosse un amante parallelo, particolare che non riusciva a sopportare.

Anche il celeberrimo tombeur de femmes Franz Liszt è nella lista dei suoi amanti. Si conobbero a teatro e lei gli chiese di portarla in tournée con lui ma Liszt gli disse che Weimar le sarebbe sembrata noiosa in confronto a Parigi e si lasciarono. La verità era che Liszt era ancora troppo uno spirito libero per legarsi a qualcuno, ma gli rimase nel cuore, tanto che molti anni dopo faceva ancora il suo nome nei suoi ricordi. Sposò finalmente Ned nel 1846 ma solo per ottenere il titolo di contessa. Il matrimonio non li rese vicini e Edouard si arruolò nella legione straniera. Il suo ultimo amante fu Olympe Aguado de Las Marimas, che ereditò dal padre tra i 35 e i 65 milioni di franchi. Stettero insieme finché la malattia glielo permise. Marie peregrinò per diverse stazioni balneari prima di tornare a Parigi, provò qualsiasi tipo di rimedio: nulla. La tubercolosi si avvicinava al suo stadio terminale in cui il male si estende ad altri organi del corpo: tosse convulsa, brividi, sudori notturni, pallore mortale. Fu abbandonata da tutti i suoi amici, tranne che da Olympe, Romain Vienne (amico personale di Nonant e biografo della sua vita) e Edouard (che negli ultimi mesi non voleva vedere). L’11 dicembre 1846 andò per l’ultima volta a teatro trasportata dai suoi servitori e a gennaio del 1847 danzò nel suo ultimo ballo di Carnevale. Il 15 gennaio gli ufficiali giudiziari vennero a bussare alla sua porta e le elencarono i beni sotto sequestro o impegnati. Fu Olympe a salvarla dai debiti, anche se erano troppi per essere saldati tutti. Morì il 3 febbraio di quell’anno all’età di 23 anni e fu seppellita nel cimitero di Montmartre. L’asta dei suoi beni fu un secondo funerale pubblico, tutta Parigi si recò a dare omaggio ad una delle sue più grandi cortigiane.

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