L’elisir di lunga vita di Lady Bathory, la contessa serial killer più sanguinaria della storia

Bussarono con violenza alla porta della sala del castello. Ad ogni rimbombo il suo cuore batteva forte. Sapeva sarebbero venuti a prenderla prima o poi ma la consapevolezza non rende liberi. La nobile dai capelli rosso carota fu toccata lievemente sul braccio di velluto da una piccola donna rugosa che la guardava interrogativa, il volto spaventato. La donna tirò un fermo sospiro. “Fateli entrare”, ordinò ai suoi servi, voltandosi verso l’entrata. Il conte Palatino George Thurzó irruppe nella sala squadrandola da capo a piedi con i suoi occhi neri. L’uomo fece un cenno e due suoi soldati si staccarono dagli altri e le andarono incontro per scortarla fuori. “Vi preghiamo di seguirci, contessa Erzsébet Báthori”. Elisabeth assentì non staccando lo sguardo schifato da Thurzó, vestito come la notte, un lieve guizzo di trionfo sulla sua espressione riservato solo a lei. La donna non osservò per l’ultima volta le stanze del suo castello mentre ne usciva. Non aveva paura di cosa la aspettasse. Dentro covava solo rabbia ed indignazione per essere stata usurpata dei suoi averi.

La contessa Elisabeth Báthory è protagonista di una delle leggende più sanguinarie nella storia dei vampiri e dell’Ungheria. Rimane poco nota fino agli anni Settanta del Ventesimo secolo quando esce un film dal titolo Countess Dracula (La Morte va a braccetto con le vergini) nel 1971. Da questo momento in poi si cerca di riesumare la sua storia interamente costruita sul sangue di vergini e donne innocenti. La sua figura mitica è simile alla strega cattiva di Biancaneve, Grimilde, che interrogava lo specchio sulla sua bellezza. Elisabeth, invece di consegnare mele avvelenate, andava direttamente all’energia vitale delle ragazze giovani: il sangue. Nel processo contro Elisabeth risalente al 1611 furono raccolte più di un centinaio di testimonianze, necessarie per accusare un nobile di alto rango, che le attestavano le peggiori nefandezze compiute per ottenere questo elisir di lunga vita. Avrebbe frustato a sangue le sue domestiche fino ad inzuppare le pareti dei sotterranei ed i suoi vestiti; le avrebbe legate e battute finché i loro corpi non si fossero aperti e fossero morte. La contessa, aiutata dai suoi servi più fedeli, avrebbe torturato le ragazze con aghi ed ortiche. Avrebbe inserito ferri caldi all’interno dei genitali, che poteva anche bruciare con candele o lacerare con aghi. Avrebbe tolto pezzi di pelle alle vittime e costretto a mangiarsele. Avrebbe fatto salsicce con la carne delle donne morte. Avrebbe schierato un plotone di ragazze nude davanti a sé, le avrebbe frustate sulle mani, punto con degli aghi mani e dita, private d’acqua fino ad assetarle, ed infine bevuto l’urina rimasta. Avrebbe spezzato e tagliato braccia per il solo gusto di farlo. Avrebbe legato una ragazza all’aria aperta, cosparsa di miele e lasciata in balia di api e vespe. Un prete confessò che Elisabeth si immergesse in bagni di sangue. Nelle confessioni si trovano parafilie da snuff movie (film porno su tortura e omicidio per eccitare), feticismo, sadismo, tendenze lesbiche e cannibalismo.

Ma per quale motivo esagerare col sangue? Il defunto marito della contessa, il conte Ferenc Nádasdy, era chiamato il Bey Nero d’Ungheria, per la sua imbattibilità e spietatezza contro i turchi, i principali nemici del regno austro-ungarico. Probabilmente il popolo pensava che la stessa intransigenza e severità regnasse tra le mura domestiche e si trasferisse per traslato su Elisabeth. Un’altra principale questione era che Elisabeth apparteneva alla nobiltà dei visi bianchi e pallidi, scevri da ogni fatica fisica, a differenza di paesani e servi con la pelle cotta dal sole per il lavoro nei campi. Al popolino sembrava straordinaria una superficie lucida e levigata, ottenuta sicuramente secondo loro con qualche artificio speciale, ovvero il sangue. Non era poi così strano per l’epoca usarlo per scopi cosmetici o curativi. I salassi erano comuni metodi per far star bene le persone, il sangue di maiale era usato in salse e zuppe, e il goulash di sangue, il pörkölt, è uno dei piatti della regione. Quando il nutrimento era scarso, era costume bere il sangue degli animali, soprattutto tra le società di pastori e quelle nomadi. Le apoteche avevano il sanguis draconis, il sangue di drago, un balsamo e una tintura una volta fatto di sangue di serpente. Il bagno nel sangue sarebbe impossibile se estratto da un cadavere morto naturalmente perché tende a coagularsi. Se invece la vittima è stata colpita da morte violenta, questa pare produca in eccesso la fibrinolisina, un potente anticoagulante, così da far rimanere il sangue liquido. Per non parlare poi del potere erotico-tabù del sangue, che nel caso della contessa, dati i suoi cinquant’anni al momento dell’arresto, potrebbe pure riferirsi al cessare delle sue mestruazioni col sopraggiungere della menopausa e la necessità di compensare la sua “aridità” nel versare il sangue di vergini. Meno probabile ci fosse una fascinazione a livello erotico, dato che il vampirismo è una parafilia comparsa nell’epoca moderna.

Elisabeth Báthory fu accusata di omicidio di massa (più di trecento vittime) e tradimento. Non fu mai presente al suo processo e fu confinata nel suo stesso castello per crimini che non aveva commesso. Difatti, non ci sono prove o evidenze delle sepolture delle donne in questione o testimonianze delle donne ancora vive maltrattate. I testimoni che sono stati sentiti sono il suo entourage personale, torturato due volte per farlo confessare, gente del villaggio di Čachtice (ora Slovacchia), dove viveva, e abitanti limitrofi di varia estrazione che ripetevano particolari per sentito dire. Le testimonianze sono molto precise su chi accusare ma vaghe sulle vittime e sulla loro identità. Elisabeth molto probabilmente è stata condannata per questioni politiche. Era la vedova più potente d’Ungheria, oltre ad appartenere ad una delle famiglie più antiche del Paese. Aveva possedimenti terrieri di una vastità superiore a quella dell’imperatore asburgico e del conte Palatino, che faceva le sue veci nel regno assoggettato. Una vedova non era autorizzata a possedere nulla perché non aveva più un ruolo ufficiale nella società dopo essersi sposata ed aver figliato. Inoltre, due suoi fratelli avevano appoggiato la rivolta di Bocskaiper proteggere l’indipendenza della vicina Transilvania, che aveva scatenato una breve guerra civile qualche anno prima. L’unico sistema per liberarsi di un avversario temibile, era accusarlo di reati capitali. E George Thurzó lo sapeva bene. I suoi servitori furono bruciati sulla pira, alla contessa fu risparmiata la morte per il servizio reso da suo marito alla nazione, i suoi beni e terre furono confiscati. Qualche anno dopo una storia simile si ripeterà con l’aristocratica Anna-Rosina Listhius, vedova, che però riuscirà a fuggire in Polonia senza subire una condanna. A dimostrazione del fatto che nel passato il potere e la ricchezza nelle mani delle donne, qualsiasi fosse la loro classe sociale, fosse fluido ed effimero senza un “guardiano”.

 

 

 

 

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