La scorsa settimana ho visto un bel film al cinema, Unicorni di Michela Andreozzi, il primo tentativo cinematografico italiano di spiegare la variazione di genere. Indirizzato ad un pubblico generico, non spiega le desinenze inclusive del linguaggio, tipo la schwa, ma contiene le definizioni base per permettere di comprendere cosa significa avere un’identità di genere diversa da quella assegnata alla nascita. Peccato che la pellicola esce in sordina a luglio, quando andare al cinema non è la priorità con più di trenta gradi all’ombra.
La pellicola è uscita in sala venerdì 18 luglio con Vision Distribution (trailer). La regista non è nuova a trattare temi caldi e controversi nell’attualità italiana come in Nove lune e mezza, Brave ragazze e Genitori Vs Influencer. “Con questo film ho voluto esplorare il ruolo delle figure genitoriali nel delicato compito di educare i ragazzi – ha spiegato Andreozzi – specialmente quando chiedono comprensione e sostegno in scelte che possono turbare, sorprendere o persino sfidare le convenzioni. Insomma, quando si allontanano dalle aspettative che avevamo coltivato e pensato per loro. È un viaggio che richiede forza, perché obbliga noi adulti a rivedere le nostre posizioni per abbracciare incondizionatamente i loro desideri. Che forse è il modo più coraggioso di dimostrare amore”.

Blu, la sirenetta
“Io non voglio essere né maschio né femmina, io voglio essere io”. Blu ha ben chiaro chi desidera essere ma i suoi genitori non lo capiscono (nel film ci si riferisce al bambino al maschile), soprattutto suo padre Lucio che per quanto faccia la persona politically correct, è cresciuto con un’educazione patriarcale proiettata su suo figlio di nove anni. La sua seconda moglie, Elena, vorrebbe che capisse i sentimenti di Blu ma il problema del marito, per la sua ex moglie Marta, è che quando gli altri parlano lui sente, e ascolta solo se stesso. Unicorni è uno dei primi film italiani a parlare dei problemi dei genitori nell’accettare la variazione di genere che, nelle parole della regista Michela Andreozzi, psicologa nella finzione, è non identificarsi nel sesso assegnato alla nascita. Come diceva Michela Murgia, citata nei titoli di coda, “In ogni famiglia c’è un membro che orienta il clima emotivo di tutti gli altri”. Il desiderio di Blu non può essere considerato un capriccio dell’età perché la preferenza femminile è diventata una costante nella vita del bambino. Lucio e Elena ne prendono atto e decidono di partecipare a un gruppo di psicoterapia per genitori con figli simili a Blu, Genitori Unicorni.

Genitori Unicorni
Blu, prima prova da attore di Daniele Scardini, è fiero del suo grembiule rosa con gli unicorni. Lo indossa sempre dentro casa perché è l’unico posto dove può vestirsi come si pare. I genitori, Lucio (Edoardo Pesce), conduttore di una nota trasmissione radiofonica, e Elena (Valentina Lodovini), che gestisce il negozio di antiquariato dei propri genitori, sono preoccupati per la sua incolumità a scuola e per strada se si dovesse scoprire che preferisce vestirsi da femmina. I due vanno d’amore e d’accordo, almeno in apparenza, con la ex moglie di lui, Marta (Donatella Finocchiaro), e la figlia adolescente, Paola (Thony), che ha una relazione poliamorosa con un certo Paco. Nella recita scolastica di fine anno, però, Blu desidera vestirsi da Sirenetta, favola che adora, ma è battuto sul tempo da una sua compagna di classe e amica che gli “ruba” la parte. Ripiega su Pinocchio e non è affatto contento. Quindi, per comprendere meglio le esigenze del loro figlio, i genitori pensano di iscriversi a un gruppo di psicoterapia per persone con figli dall’identità di genere diversa, Genitori Unicorni, guidati da una psicologa (Michela Andreozzi). Elena si dimostra subito attenta e ricettiva a scoprire quel mondo sconosciuto di termini nuovi e importanti, Lucio è più restio e oppone una resistenza mentale che potrebbe portarlo a un secondo divorzio. Unica piccola critica al film è nel linguaggio: se una persona non si identifica come maschio, si veste da femmina ma non è ancora sicuro di esserlo fino in fondo, si usa la schwa nella desinenza finale (si pronuncia muta).
La sirena, simbolo della comunità transgender e non binaria
Il pregio evidente del film è di mostrare dubbi e incertezze dei genitori di bambini che prima di non essere accettati dalla società, non sono accettati a scuola, che ha anche il compito di educare. Il contrario di quello che dice la preside delle elementari di Blu, dopo un tafferuglio con il figlio di Stefano (Lino Musella) nei bagni, convinta che l’educazione debba essere lasciata ai soli genitori, che invece spesso devono essere guidati nell’universo della comunità Lgbtqia+. D’altronde, come sottolinea il personaggio di Marta alla stessa preside, la scuola italiana non ha un programma di educazione sessuale e affettiva destinato all’infanzia.
Bello quando nel gruppo di Genitori Unicorni si spiega che non identificarsi nel proprio genere di nascita, non vuol dire avere automaticamente la disforia di genere. Inoltre, essere transgender non significa necessariamente volersi sottoporre all’intervento chirurgico di riassegnazione del sesso. Piccole spiegazioni che chiariscono crateri di confusione nei cervelli degli adulti. La figura dell’unicorno è intesa come animale mitico che tutta la società pretende non esista e invece cammina in mezzo alle persone che si riconoscono nel loro genere (cisgender), esiste e vuole rispetto. La sirena, invece, è un simbolo delle persone transgender e non binarie perché non ha un genere specifico e vive sospesa tra il mondo acquatico e terrestre. Un ottimo vessillo per rappresentare il disagio di Blu.



