Si festeggia il 6 giugno dal 2015
Foto copertina: Gertrude ‘Gussie’ Moran, 1950, Los Angeles Herald Examiner Photo Collection
Quando è morta Mary Quant il 13 aprile di quest’anno ho letto la sua omonima autobiografia (su Amazon) per capire quanto fosse stato rivoluzionario il suo contributo alla moda. Vi dico solo che la minigonna è la punta dell’iceberg del primo brand strutturato come conosciamo oggi: dai vestiti e accessori ai profumi, dal make-up all’interior design. Ho dato sempre per scontato questo indumento come alternativa ai pantaloni che sembrano più liberati perchè storicamente associati agli uomini ma in realtà sono più costrittivi. La mini invece rompe gli schemi perchè lascia ampia libertà di movimento e arieggia le parti basse (eh, sì!). Nel 2015 è stata istituita la Giornata Mondiale della Minigonna che cade il 6 giugno. L’idea è stata lanciata da Rachid Ben Othman, presidente della Lega per la Difesa della Laicità e delle Libertà e dall’attivista femminista Najet Bayoudh. Fu organizzato per solidarietà verso una ragazza algerina a cui era stato proibito di sostenere un esame perché indossava una minigonna troppo corta. Ora far vedere le gambe è sinonimo di femminilità (anche se lentamente le cose stanno cambiando) ma nel Medioevo mostrarle era un attributo virile mentre coprirle era un’affermazione di modestia. All’inizio tutti i vestiti erano considerati ‘gonne’ perché finivano con una gonna ed erano in genere composti da due o tre pezzi. La gonna ha potuto evolversi e accorciarsi dato che rimase proibito indossare i pantaloni sul lavoro, nei locali pubblici e in luoghi di culto fino agli anni Settanta.

Galeotto fu il tennis
Nel 1919 la francese Suzanne Lenglen stupisce tutti gli spettatori di Wimbledon entrando in campo con una gonna a pieghe fino a sopra al polpaccio che per l’epoca era considerata indecentemente corta. Vogue elogiò l’abbigliamento della sportiva considerandolo ‘straordinariamente chic per libertà, praticità ed eccellenza delle linee semplici”. Le caviglie diventarono la nuova zona erogena e le pubblicità di scarpe che promettevano di assottigliare le caviglie iniziarono ad apparire. Dopo la prima guerra mondiale, la domanda di abbigliamento pratico da parte delle donne crebbe in maniera esponenziale e i couturier dell’epoca come Jean Patou, Coco Chanel e Madeleine Vionnet, Lanvin, Paquin cominciarono ad avere una linea sportiva nelle loro collezioni. Il 23 giugno del 1931 la tennista inglese Joan Lycett (Winifred Austin) si spinse più in là: non indossava calze sotto la gonna sportiva lasciando le gambe scoperte. La tennista americana Gertrude ‘Gussie’ Moran indossava dei pantaloncini leopardati o di pizzo ben visibili sotto corti vestitini bianchi. Il tennis è stato lo sport che ha accorciato per primo le gonne ed è ancora il banco di prova dei trend più audaci.
La minigonna simbolo degli Anni Sessanta
Contrariamente a quanto si possa pensare, la minigonna negli anni Sessanta era espressione di giovinezza, non di connotati sexy. Il dopoguerra della Seconda Guerra Mondiale aveva portato un alto tasso di natalità e i figli di quegli anni avevano tutti sotto ai 25 anni d’età. Inoltre, gli uomini non avevano più l’obbligo di leva, ciò portò all’affermazione di maggiore tempo libero e più spazio per vivere l’adolescenza senza doversi per forza sposare. La minigonna fece il suo debutto ufficiale nel 1964 nella collezione Space Age di André Courrèges, che ci abbinò gli stivali sotto il ginocchio. In realtà però il couturier non aveva inventato nulla perché questa combinazione era già stata fatta dalla serie tv Space Patrol nel 1950 (stimolata da fumetti e copertine di libri di fantascienza anni Quaranta). Courrèges fu seguito in questa scelta da Paco Rabanne, Pierre Cardin e Rudi Gernreich. Tuttavia, non furono loro a rendere popolare la minigonna ma le donne sulla strada, come disse Mary Quant.
Il merito di Mary Quant
E’ probabile che il termine minigonna fu inventato da Mary Quant, scomparsa ad aprile 2023, che adorava la Mini Cooper. Per dirlo con le parole della fashion designer nella sua autobiografia: “Esprimeva l’emancipazione delle donne, la pillola e il rock’n’roll. Era giovane, libera ed esuberante. Era chiamata ‘youthquake’ (sisma della giovinezza, ndr). Fu l’inizio della liberazione delle donne”. Mary aprì il suo primo negozio ‘Bazaar’ a Chelsea nel 1955 e cominciò quasi subito a prendere lezioni di cucito perché era insoddisfatta dell’abbigliamento che vendeva. I suoi vestiti erano comodi, leggeri e di tutti i colori. Fu lei che commercializzò le calze assieme alle minigonne in tonalità e motivi diversi, convincendo JC Penney a venderne insieme un ampio assortimento. Grazie all’avvento della minigonna, i vestiti diventarono più corti come il Roldane Dress di Jean Shrimpton alla Flemington Racecourse di Melbourne in Australia che mise senza calze ne guanti andando contro il protocollo. Nel 1968 Sharon Tate si sposò a Londra con Roman Polanski in vestito cortissimo e lo stesso fece nel 1967 Raquel Welch a Parigi col suo secondo marito Patrick Curtis. Nel 1966 gli orli delle gonne raggiunsero la loro altezza massima tra i 15 e i 17 cm poi negli anni Settanta la moda prese tutta un’altra piega: tornò la gonna lunga, chiamata maxi skirt.
Minigonna come oggetto sessuale
Una minigonna permette di vedere più facilmente quello che c’è sotto. Che sia per delle gambe involontariamente aperte o per una folata di vento, può non lasciare nulla all’immaginazione. Questo veniva considerato scandaloso perché una donna rispettabile non doveva lasciare intuire nulla di esplicito. Ciò rimase la regola fino a metà anni Sessanta quando la rivoluzione sessuale iniziò ad abbattere tabù vecchi di secoli. Era facile sollevarla senza doverla togliere ed è probabile che questo sia uno degli elementi decisivi per cui è diventata un oggetto sessuale. Per non parlare della nudità di cosce e gambe che richiama la nudità di tutto il corpo. Nella modernità questo vedo-non vedo molto scoperto ha generato fenomeni come l’upskirting, una forma di molestia che riprende la persona con una minigonna dal basso verso l’alto con un cellulare, una telecamera o una macchina fotografica col fine di svelare mutandine o genitali dell’interessato. Questa è una pratica così comune in Giappone che a maggio 2023 i legislatori hanno introdotto le prime leggi per rendere reato quella fatta senza consenso. Il disegno di legge si chiama “foto voyeurismo’ e proibisce anche le riprese segrete di atti sessuali.
La minigonna oggi
Oggi la minigonna si trova in ogni salsa ed è indossata da tutti. Ad aprire la strada nel Ventesimo secolo sono state rockstar come David Bowie, Marc Bolan, Elton John, Iggy Pop negli anni Settanta. A Kurt Cobain piaceva fare cross dressing e sdoganò il vestito femminile indossato da un uomo sulla copertina della rivista inglese The Face del settembre 1993. “Mi piace indossare vestiti perché sono confortevoli – spiegò – Se dicessi che lo facciamo per essere sovversivi sarebbe una montagna di merda perché non è più controverso per gli uomini nelle band indossare vestiti”. La gonna diventa un indumento come un altro. Iggy Pop non si vergognava di indossare vestiti da donna dato che “non considero vergognoso essere donna”. Nello show Netflix Queer Eye (2018), uno dei conduttori, Jonathan Van Ness, indossa vestiti per dimostrare la sua non binarietà. L’attore Billy Porter si presenta con gonne lunghe e vaporose ai red carpet e addirittura nel 2021 ha montato una polemica con Vogue per aver messo Harry Styles in copertina con un abito lungo da “donna”. Oltre a prendersi il merito di aver popolarizzato gonne e vestiti indossati da uomini, dice che ha dovuto combattere tutta la vita per arrivare al punto di poter indossare un abito agli Oscar, tutto quello che Styles invece deve fare per arrivarci è essere bianco e etero. Nel 2022 la minigonna è tornata di moda ancora più micro grazie alla sfilata primavera di Miu Miu in cui le gonnelle con le pieghe ai lati erano strette in vita da una cintura e quasi strappate sugli orli tanto da far intravedere la bianca cucitura di finte tasche sotto. La mini del brand lascia le anche semiscoperte e il sedere rischia di essere intravisto: è stata subito ripresa in varie versioni da molti designer del ready to wear ed è apparsa su innumerevoli giornali di moda. La dimostrazione che, a distanza di tempo, questo indumento riesce ancora a provocare in modo sempre nuovo.






