IVG, ho abortito e sto benissimo aiuta le persone a vivere l’aborto in modo sereno e naturale. Il punto sulla situazione attuale in Italia

Nella foto copertina: Federica di Martino

In questi giorni il tema dell’aborto è caldo come non mai. Nell’ultima settimana negli Stati Uniti si stanno compiendo passi indietro senza precedenti: tutti gli Stati governati da repubblicani stanno rivedendo le loro leggi a riguardo e cercano di bandirlo con poche eccezioni. Sono 31 gli Stati federali che hanno introdotto i divieti sull’aborto nel 2022, secondo quanto ha riportato il Guttemacher Institute. Non solo. Sembrerebbe che la Corte Suprema stia per rovesciare la famosa sentenza Roe contro Wade che ha permesso la legalizzazione dell’aborto nel 1973. Se questo dovesse accadere, gli effetti si sentiranno fino in Italia, dove il clima già non è dei più favorevoli, anzi: non lo è mai stato.

Per cercare di costruire un approccio all’aborto migliore e sano, Federica di Martino ed Elisabetta Canitano nel 2018 hanno creato IVG, ho abortito e sto benissimo ispirate da una pagina francese, Je vais bien merci, in cui si raccolgono testimonianze per sottolineare l’idea che l’aborto non sia solo un’esperienza traumatica o dolorosa. Le due hanno scritto al collettivo francese per chiedere se potevano prendere spunto per una pagina italiana.

“Non sapevamo dove ci avrebbe portato ma in sostanza volevamo lanciare un messaggio e raccogliere le testimonianze delle persone”, racconta Federica, “Evidentemente c’era bisogno di quel messaggio perché la pagina esiste ormai da quattro anni sui social”.

L’account ha raggiunto un grande seguito sui social con 13.000 followers su Instagram e 11.403 su Facebook.

Quali sono i maggiori ostacoli che una persona incontra nel percorso abortivo italiano?

Ci sono degli ostacoli dettati dall’aspetto pratico-materiale, ovvero la presenza di personale sanitario principalmente obiettore all’interno di strutture pubbliche. I pochi non obiettori sono carichi di lavoro, non riescono a coprire la richiesta e i tempi slittano. Negli ospedali c’è assenza di accesso alla pillola RU486, alcuni garantiscono solo quello chirurgico e non farmacologico e non è disponibile in tutte le regioni italiane. Esiste una mancanza di informazione e di accompagnamento alle pratiche procedurali. Molte persone mi scrivono per conoscerle perché in realtà nessuno ti spiega nulla: nemmeno l’iter di accesso che dovrebbe essere una peculiarità del consultorio. Questi tipi di difficoltà si intrecciano alla narrazione sull’aborto nella società italiana: un tema tabù silenziato di cui nessuno può parlare, che genera vergogna e stigma. Per questo motivo, le violenze istituzionali spesso non vengono denunciate.

La maggior parte dei medici italiani è obiettore, tanto che quando uno dei rari medici abortisti va in pensione fa scalpore, vedasi il dottore Michele Mariano in Molise. Come si è creato questo stato di cose, nonostante ci sia una legge sull’aborto?

Il problema deriva proprio dalla legge 194. Non è una normativa squisitamente creata per l’aborto, ci si arriva per esclusione. La 194 nasce come una legge per la tutela della maternità e eventuale interruzione della stessa. È molto fumosa. Non si parla mai di interruzione volontaria di gravidanza (IVG) legata a motivi di scelta e autodeterminazione. Le motivazioni per abortire sono sempre connesse al fatto che ci siano problemi psicologici, economici, sociali e culturali. Se da un lato stabilisce che bisogna sempre garantire personale non obiettore all’interno delle strutture sanitarie, dall’altro legittima l’obiezione di coscienza dello stesso. Inoltre, le regioni non monitorano la presenza di personale non obiettore e non ne valutano il grado di sostenibilità rispetto all’utenza. L’obiezione di coscienza, poi, si rinnova ogni anno. Per questo non è possibile avere un elenco preciso di chi siano i medici obiettori e non.

È vero che se i dottori rimangono non obiettori non è permesso l’avanzamento di carriera?

Sì. L’Italia su questo è anche stata ammonita dal Consiglio d’Europa che ci ha chiesto di riequilibrare il numero di personale non obiettore. È un dato statistico che i medici non obiettori non subiscono un avanzamento di carriera. Per di più si trovano a fare solo aborti perché ce ne sono talmente pochi che sono oberati dalle richieste. Il dettaglio ingiusto è anche che un medico obiettore e uno non obiettore percepiscono lo stesso stipendio.

Il momento di riflessione di sette giorni prima di abortire può influire sul corretto svolgimento dell’interruzione volontaria di gravidanza?

È l’ennesima pratica di colpevolizzazione rispetto alle nostre scelte. Essendo la 194 una legge profondamente errata perché considera l’aborto sbagliato, il momento di riflessione ne è una diretta conseguenza. È un ulteriore inceppo nel sistema italiano che vive di tempi ristretti, zero informazione e carenza di personale. Se sei fortunatə, il medico ti fa il certificato d’urgenza e non devi aspettare una settimana.

Quanto sono nocivi i movimenti pro-vita per chi va ad abortire?

Per quanto riguarda la comunicazione circa la pratica abortiva, dentro la 194 è inserita pure la possibilità di avvalersi di supporti esterni per aiutare la persona che decide di non abortire e sostenerla in questo genere di scelta. Il significato di ciò è stato manomesso per fare sì che i movimenti anti-abortisti vetero-cattolici si infiltrassero nei luoghi della salute pubblica. Ultima ma non ultima, l’approvazione del fondo Vita Nascente per la Regione Piemonte di 400.000 euro di supporto a questi movimenti. Una condanna a morte per noi. A IVG, ho abortito e sto benissimo arrivano molte storie di personale sanitario che cerca di convincere le persone a non interrompere la gravidanza con motivazioni estremamente violente: ‘Stai uccidendo tuo figlio. Pensaci adesso perché hai trent’anni, poi quando lo vorrai, non lo potrai avere’. Il Ministero della Salute dovrebbe dare delle linee guida precise alle regioni da far seguire al personale per non permettergli di interferire con le proprie credenze in una procedura medica. La salute è un bene pubblico e laico.

Le persone che decidono di abortire possono essere soggette a violenza ginecologica verbale o fisica. Quanto poco si parla di questo fenomeno e ci sono leggi che tutelano il paziente?

L’IVG è inserita all’interno dei livelli assistenziali minimi che vanno elargiti nel rispetto delle persone. Come purtroppo capita anche per altri tipi di pratiche, ad esempio la medicina di genere che coinvolge persone transgender e non binarie, rintracciare quali siano i confini tra una comunicazione e una violenza istituzionale o ginecologica è estremamente complesso. Se non se ne parla, è difficile segnalare o denunciare. Noi proviamo a dare una voce a quello che succede nei luoghi della salute pubblica per far sì che questa indignazione collettiva porti ad una rete di cambiamento. È inaccettabile, ad esempio, che venga somministrata una RU486 ad una donna su una panchina all’esterno del pronto soccorso ginecologico con le persone che la fissano. Oppure costringerla ad ingoiarla di notte per non traumatizzare le future mamme. Se le persone stanno male dopo, non gli vengono dati antidolorifici. Queste azioni, come altre, devono essere inquadrate attraverso dei protocolli specifici come delle violenze vere e proprie, e deve essere garantito uno spazio accogliente e sicuro in cui eseguire questa procedura senza avere traumi.

Si assiste anche ad un progressivo smantellamento dei consultori. Secondo voi, è una conseguenza della pandemia o il processo era già in atto da alcuni anni?

Sono anni che la sanità pubblica viene smantellata. I consultori nascevano come spazi di autogestione in cui il transfemminismo era alla base. Poi c’è stata la riforma dei consultori, quindi la statalizzazione degli organi della sanità pubblica. Alcuni di questi processi, se da un lato tutelano l’individuo, dall’altro creano dei disastri inenarrabili, e credo che i consultori rappresentino questo dato di fatto. La pandemia ha solo inasprito le carenze che si trascinavano da anni. Il consultorio è morto: non si occupa più di prevenzione, monitoraggio, lavoro sulle istanze di genere, ha personale inadeguato. Nelle nuove linee guida della pandemia era stato indicato dal ministro Roberto Speranza la possibilità di somministrarla RU486 nei consultori e queste sono state recepite solo dalla regione Lazio. Da anni rivendichiamo che i movimenti transfemministi rientrino nei consultori ma non siamo ancora state ascoltate.

Fate accompagnamento all’aborto?

Io (Federica di Martino, ndr) lo faccio da anni nella mia regione, la Campania. Ho accompagnato in consultorio e in ospedale con l’auto sia persone che hanno abortito sia quelle che poi hanno scelto di continuare la gravidanza. A noi fa piacere quando la scelta di proseguire o interrompere la gravidanza è consapevole, frutto di autodeterminazione. Quando mi scrivono ‘che cosa devo fare?’, io rispondo sempre che non posso decidere al posto degli altri ma sono fermamente convinta che una persona abbia tutte le competenze per decidere ciò che è più giusto per lei.

Non ci sono figure che si occupano dell’accompagnamento in Italia?

No. Nel 2019 abbiamo lanciato una campagna, Insieme stiamo bene, a cui possono aderire tutte le persone per dare disponibilità all’accompagnamento. Noi ci occupiamo di metterle in contatto con chi ha bisogno perché la solitudine in questa fase è un altro grande problema. Negli Stati Uniti ci sono gli emotion provider perché i movimenti anti-abortisti sono molto aggressivi.

Raccogliete le testimonianze della gente sull’aborto: la più positiva e la più negativa ricevute?

Ho tantissime testimonianze. Ne abbiamo raccolte più di mille in questi anni. Ce ne sono diverse positive. Una storia che mi è rimasta in mente perché non so come è andata a finire è quella di una donna malata oncologica in stato di tumore avanzato che aveva deciso di interrompere la gravidanza ma aveva come obiettore il ginecologo, il medico di base e l’oncologo. La famiglia e i medici hanno fatto di tutto per indirizzarla su una strada differente, arrivandole a dire che se lei aveva un tumore ed era rimasta incinta, poteva essere un segno divino e se avesse abortito, le si sarebbe ritorto contro. Se non ci si ferma davanti ad un tumore, non ci si ferma di fronte a nulla.

Il 19 aprile avete lanciato una campagna di donazioni su Ko-fi per l’acquisto di contraccettivi e presidi sanitari da distribuire a spazi transfemministi. Come sta andando?

Sta andando bene perché abbiamo raccolto circa 500 euro. Al momento siamo in contatto con ambulatori popolari e consultori autogestiti per distribuire questo materiale. Spero di riuscire a giugno a fare i primi invii (Federica, ndr). Ci tengo a precisare che tutto quello che viene raccolto dalla campagna è interamente usato per l’acquisto di contraccettivi e presidi sanitari. L’idea è creare pratiche di mutualismo che possano andare verso azioni proattive. La raccolta è ancora aperta e ognuno può donare dai tre euro in su, cifra base di Ko-fi.

State programmando qualche attività o evento?

Io sarò a Pisa venerdì 13 maggio per un ciclo di seminari sull’aborto organizzati da Obiezione Respinta con Miguel Coraggio, un avvocato del Foro di Roma e attivista che ci sostiene da sempre, Bianca Monteleone e Chiara Lombardo, attiviste di Obiezione Respinta. Parleremo di aborto ed emergenza pandemica. Il primo giugno sarò con Alice Merlo per discutere di stigma e narrazione sull’aborto.

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