La tuta è la regina degli indumenti del lockdown: è anche pratica nel sesso. Breve storia di come è diventata sensuale

foto copertina: tuta Wenyujh su Amazon e scarpe Diadora Game

Non so esattamente quando mi sia convertita alla tuta. So solo che prima la usavo per attività fisica ed escursioni, ora invece da quando è iniziata la pandemia è un mio accessorio quotidiano. Un po’ per pigrizia, un po’ per comodità. Il suo apprezzamento è salito alle stelle perché è comoda e al giorno d’oggi può essere anche chic, non solo per chi la indossa ma anche per chi la guarda. Infatti sembriamo riscuotere più consenso quando giriamo in questo comodo indumento piuttosto che quando siamo agghindat* a festa. Questo accade per il semplice motivo che sembriamo più raggiungibil* e alla pari che meno sofisticat*. In questo senso la tuta è di sicuro democratica se pensiamo che i primi a metterla coscientemente furono gli operai in fabbrica. Può rivelare o nascondere le forme a seconda della sua struttura aderente o larga, è alla portata di tutti, unisex, e a seconda dei materiali può essere sensuale o elegante. Nel sesso con questo indumento “si possono raggiungere punti non convenzionali che gli altri indumenti impediscono di raggiungere”, “è semplice da togliere”, “sta bene a tutti”, “non fa molta differenza con il pigiama”, e risveglia feticismi inaspettati: “le più belle scopate partono tutte da una tuta e un pigiama che si infila tra le chiappe”. Nell’ultimo periodo le più viste sono quelle anni Novanta larghe a sacchetto con lo stomaco scoperto e quelle di tessuto velour (morbido simile al velluto) su Paris Hilton e Kim Kardashian, icone di stile pop. Se uniamo alla prima categoria il sudore dell’allenamento e alla seconda le forme in bella vista, capiamo il motivo per cui tirano di più di tubino nero e tacchi alti. Sport e casual hanno sempre stuzzicato la fantasia degli osservator* molto di più di abiti dichiaratamente sensuali. Da che mondo è mondo, il maritozzo panna e nutella ha sempre vinto su una bella torta decorata.

La tuta di Thayaht

Storia di un indumento democratico e unisex. La storia della tuta è italiana, francese e americana. Il futurista Thayaht, al secolo Ernesto Michahelles, ispirato da Giacomo Balla, creò nel 1919 la tuta da un unico pezzo di stoffa in nome del funzionalismo anti-spreco. Il nome fu preso da un indumento francese simile, tout de même. L’indumento fu adottato dagli operai delle fabbriche ( e diventerà simbolo del lavoro operaio nel Secondo Dopoguerra, tanto che in Italia la categoria verrà soprannominata “tute blu”) per la sua praticità ed economia. A contenderci l’invenzione ci sono i francesi con il chándal inventato nel 1920 da Émile Camuset, fondatore di Le Coq Sportif, una tuta di jersey che assorbiva il sudore chiamata anche “abbigliamento della domenica”. Poi arriveranno gli statunitensi nel 1926 col l’ex giocatore di calcio Benjamin Russell Jr che inventerà pure la felpa. Probabilmente ispiratrici della tuta furono le divise degli aviatori e l’abbigliamento sportivo era nato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna nel 1870 con l’avvento della bicicletta e degli sport in generale come calcio e rugby. In quello stesso anno John Redfern fu il primo fashion designer inglese a specializzarsi nello sportswear e le sue creazioni furono adottate nella quotidianità. Il lusso associato allo sport nasce in Francia nei primi decenni del Ventesimo secolo con Jane Régny e Coco Chanel. Elsa Schiaparelli fu la prima a creare delle tute eleganti negli anni Trenta. Decisivo fu il passaggio dalla lana al jersey e a materiali più leggeri e traspiranti che garantissero una maggiore performance. L’abbigliamento sportivo, che poi è diventato casual, ha avuto un assoluto sviluppo e diffusione negli Stati Uniti perfezionato da molte stiliste donne (Vera Maxwell, Claire McCardell, Bonnie Cashin, per nominarne solo alcune).

Longstreet (1971-72)

Già una pubblicità di Abercrombie&Fitch del 1929 su Vogue suggeriva che anche se gli uomini potevano ammirare una donna in un abito glamour, sarebbero stati meno intimiditi da lei nella sua apparenza più abbordabile e amichevole in abbigliamento sportivo. Un concetto discutibile che arriverà fino ai giorni nostri. All’inizio lo sportswear era una versione più accessibile dell’abbigliamento per andare a sciare, in gita sullo yacht o in crociera (resortwear, ora cruise collection), attività riservate alle classi ricche. Il maggiore tempo libero di cui disporranno i lavoratori a partire dal Secondo Dopoguerra darà una spinta decisiva alla trasformazione della pratica sportiva in un prodotto di massa. Su Vogue la tuta farà la sua prima apparizione in un servizio fotografico del 1964. Quando nel 1968 le Olimpiadi verranno trasmesse grazie ai primi satelliti, l’atleta diventerà un personaggio pubblico e quindi ambito. Questo ha incentivato una vasta diffusione dell’abbigliamento sportivo a partire dagli anni Settanta che diventerà piano piano un qualcosa da indossare tutti i giorni. La consacrazione definitiva ci sarà con cinema e TV a partire da Bruce Lee in Longstreet (1971-72) e in Game of Death (1978, la sua tutina gialla a strisce nere sarà d’ispirazione per Kill Bill di Tarantino) e Rocky (1976). Nel 1986 i Run DMC escono col singolo My Adidas dimostrando amore ed apprezzamento per le sneakers a tre strisce, le Superstar, invitando nei loro concerti milioni di fan ad alzarle in alto, e ricevono un milione di dollari di sponsorizzazione dall’azienda. Nasce la prima collaborazione tra artisti musicali e sport.

Lululemon

La sensualità dell’athleisure. La storia delle tute sexy inizia di sicuro con l’athleisure, termine coniato nel marzo 1979 dalla rivista Nation’s Business per indicare tutto ciò che avesse un’apparenza sportiva senza lo scopo unico dell’allenamento. Il termine adesso indica abbigliamento casual indossato sia per attività sportiva che per uso quotidiano. L’athleisure è nato per unire sport ed eventi serali e la sua evoluzione è stata possibile solo con l’introduzione di fibre innovative come Lycra e Gore-tex. È difficile stabilire la data di nascita dell’athleisure, dato che come abbiamo visto nel precedente paragrafo è un concetto serpentino che percorre tutta la storia dell’abbigliamento sportivo e, se ci pensiamo attentamente, la maggior parte degli indumenti portati oggi ogni giorno vengono dallo sport, sappiamo però chi ha lanciato il trend moderno legato a completini stretch e leggings da yoga: Lululemon. Il brand fu creato da Chip Wilson a Vancouver dopo aver frequentato una lezione di yoga dove si accorse che il suo istruttore portava dei leggings da ballo che gli modellavano il sedere in modo magnifico: pensò che tutti dovessero averli di spandex. Il merito della marca è di aver introdotto leggins da yoga, pantaloni da jogging, reggiseni e canotte sportive, top corti nell’industria della moda. Il punto chiave del loro successo è la loro comodità oltre ad essere piacevoli all’occhio con colori, stampe, design e fibre sempre più performanti e spesso ecosostenibili. Da non sottovalutare l’elemento benessere di persona attenta alla salute che trasmette subito una persona in un simile outfit.

foto: Vogue.com

Il velour non è un’invenzione di Juicy Couture. Le star sono state determinanti per la diffusione dell’athleisure su larga scala: da Jane Fonda a Kate Hudson con Fabletics, da Beyoncé con Ivy Park a Rihanna con Fenty X Puma. Britney Spears era una sostenitrice convinta della tuta, che portava anche sui video come il famosissimo Baby One More Time. Nel 2001 fu Madonna a rilanciare l’indumento con uno di velour inviatogli gratis da Juicy Couture per promozione. L’iconica tuta, che sarà poi indossata da chiunque e ovunque fino al 2008 (anno della crisi del brand), con Paris Hilton e Kim Kardashian come sue fan accanite, è fatta di velour, un tessuto peloso simile alla seta in voga negli anni Settanta. Fu proprio la nuova cultura delle celebrità che le rendeva più umane con i paparazzi che le seguivano in palestra o a prendere un caffè che la tuta con cappuccio di Juicy Couture riscosse un estremo successo: era elegante, comoda e di tutti i colori. Dopo il 2008, il brand ha avuto alti e bassi, il suo problema principale è consistito nel non essere stato al passo con i tempi veloci del fast fashion. Tuttavia, è rimasto nei cuori dei suoi seguaci, come Kylie Jenner che l’ha indossata nella sua versione di Vetements con cristalli Swarovski nel 2017 e la sorella Kim Kardashian che nel 2020 ha lanciato una linea di tute Skims simile con le tonalità tipiche del suo brand. Il motivo del successo, che ne fa trovare imitazioni cheap anche su Amazon (come il completo da me indossato) è nell’aderenza al corpo che tante altre tute sportive all’epoca non fornivano. E questo particolare è stato poi sfruttato da fashion designer e marche sportive per produrne versioni aggiornate. La tuta di Juicy Couture oggi è tornata anche di moda per il dilagare della moda anni Novanta-Duemila che lascia la striscia di pancia sopra l’ombelico scoperta e la rende adatta ad ogni occasione. Nell’ultimo mese di maggio 2021, Chiara Ferragni ha pubblicato una sua foto su una story Instagram con una tuta di velour 90’s, segnale che lo stile di questa tuta rimarrà ancora per diverso tempo.

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