“Cime Tempestose” è la malriuscita fantasia erotica di Emerald Fennell: il BDSM, gli abiti e la memoria di Emily Brontë

Grottesco. Fuori tema. Fanfiction. Sono queste le tre parole che mi balzano in mente quando penso al film “Cime Tempestose”. Due virgolette su una locandina che è una dichiarazione d’intenti: un nuovo Via col vento, ripulito da tutti gli aspetti controversi del vero romanzo di Emily Brontë. Una storia tossica, teatrale, appariscente e instagrammabile. Un’operazione ROMANCE, per forza e a tutti i costi, che svuota di significato il rapporto complesso tra i due protagonisti, Heathcliff e Catherine. Il tutto condito in salsa Bdsm, perché vogliamo farci sfuggire l’ampia fascia di pubblico che legge i figli di 50 Sfumature di Grigio pensando che queste pratiche siano solo giochi per ricchi annoiati? La regista Emerald Fennell ha letto il libro a quattordici anni e si è fatta un film ormonale, che non le si è tolto dalla testa finché non è stato realizzato. Anche se magari l’ha riletto da grande, le è sfuggito il senso. Ma soprattutto: per quale motivo non raccontare una storia nuova di zecca, invece di snaturarne una già conosciuta con un fandom mondiale?

Gli innumerevoli difetti del film: dal BDSM alla violenza come anestetico

Sono talmente tanti i difetti del film che potrei dimenticarne qualcuno, perciò mi scuso in anticipo. Parto dalla rappresentazione del BDSM. Il film apre con gli ansimi di un uomo in asfissia sul patibolo, che le bambine Nelly Dean e Catherine Earnshaw guardano, rapite. Un riferimento esplicito alla pericolosa pratica dell’asfissia. Segni di frustate sul corpo di Heathcliff e i lacci del corsetto, troppo stretti, affondano nella carne di Catherine, che intima a Nelly Dean: “Stringi di più!” La scena ricorda, per posa e inquadratura, quella di Mami e Rossella O’Hara in Via col Vento, ma in quel periodo storico il corsetto veniva sempre indossato sopra una camicia. La violenza è cercata dai protagonisti come anestetico per le insoddisfazioni della vita. Heathcliff e Catherine assistono per caso dal soppalco sopra la stalla a una scena di horse play tra Joseph e una domestica, che è mostrata solo all’inizio; poi Heathcliff copre gli occhi a Catherine come se sotto ci fosse un’orgia. Il giorno dopo, la ragazza pensa a quella scena masturbandosi contro una pietra vicino alla dimora di Cime Tempestose. Heathcliff la scopre, le solleva il corsetto con due dita e le infila un dito in bocca in modo poco sensuale. Lei si eccita, ma i due non copulano.

L’estremo pudore di Catherine e la predominanza del rosso

Le scorribande clandestine della pseudocoppia, all’insaputa di Edgar Linton, sono prive di verve con Catherine che ripete come un disco rotto anche nella scena dentro la sua carrozza: “No, Heathcliff non possiamo!” Isabella Linton, dopo il suo matrimonio con Heathcliff, viene trasformata da lui in un cane obbediente, con collare e catena, e legata al muro. Secondo Fennell, Isabella prova piacere nell’essere trattata male. Il rosso è il colore predominante: lo vediamo nei pavimenti da pappone anni Ottanta in una sala di Thrushcross Grange, nel corsetto alla bavarese di Catherine, nell’abito che indossa per tornare a Cime Tempestose dopo la degenza dai Linton, nel tramonto in cui Heathcliff decide di andarsene (molto Rhett Butler nella scena finale di Via col Vento). Rosso passione? Rosso mestruazione? Rosso sangue? Forse tutte e tre le opzioni.

La narrazione superficiale del BDSM, una subcultura difficile da documentare nel passato

Heathcliff è stato trasformato in una sorta di pallida imitazione del Marchese De Sade, dato che le 120 Giornate di Sodoma hanno molti elementi gotici, e Cime Tempestose è un romanzo gotico, in primis. Ma le similitudini col genere finiscono qui. Nel romanzo non ci sono tracce di BDSM, solo di violenza fisica e parole crude. Il BDSM era plausibile all’epoca o è un prestito dai nostri tempi? Sì, anche se è difficile risalire alla sua storia, perché si tratta di una subcultura di cui i documenti potrebbero essere andati distrutti nel corso del tempo. La sua presenza era plausibile, ma le persone, soprattutto quelle di bassa estrazione, non avevano né tempo né forza, dopo le fatiche della giornata, per mettersi a fare i cavalli imbizzarriti come fa Joseph con Zilla. Al massimo avrebbero potuto fare sesso anale e poi sarebbero andati a dormire. Heathcliff, che fa diventare Isabella un cane obbediente, è piuttosto scontato. È vero che lo schiavo nel BDSM ha il coltello dalla parte del manico, contrariamente a come appare, tuttavia, soprattutto nel role play, si tende a staccare dai ruoli che si hanno in società. Non è una regola rigida, però è una tendenza piuttosto diffusa. Catherine è attirata da queste pratiche, ma il suo “vorrei ma non posso”, che Fennel le mette spesso addosso, la rende un personaggio più ottocentesco di quanto lo sia la vera Catherine.

I costumi di Durran sono un’accozzaglia di stili per tirare fuori la ‘verità emotiva’

Non ho nulla contro i vestiti scollegati dall’epoca in cui il romanzo è stato scritto, il problema è quando costumi e scenografia rubano la scena alla trama, come succede in questo film. Durante il press tour, Fennell ha detto di aver fatto una versione di Cime Tempestose. I costumi sono così particolari per la regista perché “sono collegati alla verità emotiva”, non al periodo storico. Per i profani, la storia si svolge dal 1770 al 1801, con mode che cambiano ogni decennio, soprattutto dopo la Rivoluzione Francese. La costumista del film è Jacqueline Durran, una che ha nel suo portfolio film come Orgoglio e Pregiudizio (2005), Espiazione (2007), Anna Karenina (2012), Piccole Donne (2019), Spencer (2021), Barbie (2023). Il suo team è talmente grande da essere riuscito a realizzare tra i 45 e i 50 cambi di costume solo per il personaggio di Catherine. Nel complesso, sono stati presi come punti di riferimento lo stile della Reggenza per Heathcliff ed Edgar, quello del 1860 con tocchi cinquecenteschi nei corsetti e nelle giacche per Catherine, e quello del 1830-40 per i vestiti di Isabella. Il resto dei costumi è stato preso dal libro del 1814, The Costume of Yorkshire (contea inglese in cui è ambientata la storia).

A sinistra Thierry Mugler P/E 1995, a destra pin-up da Calendar Girls, Sex Goddesses and Pin-Up Queens of the ’40s, ’50s and ’60s

Il moodboard pazzerello: da Via col Vento alle pin-up anni Cinquanta

I film d’ispirazione ufficiali, ovvero esplicitati da Fennell e Durran, sono Via col Vento (1939) e La favolosa storia di pelle d’asino (1970). Tuttavia, è evidente nei costumi per Margot Robbie l’influenza di quelli di Omar Kiam del riadattamento di Hollywood di Cime Tempestose, Le voci nella Tempesta (1939) di William Wyler, con Laurence Olivier e Merle Oberon. L’uso di materiali stravaganti è stato giustificato dal mestiere di Edgar, ricco produttore tessile. L’abito della prima notte di nozze di Catherine è di stoffa trasparente con un fiocco in vita e non lascia spazio all’immaginazione. Durran dice che è stato ispirato dalla foto di una pin-up anni Cinquanta seduta nel cellophane con un grande nastro rosso intorno al corpo da Calendar Girls, Sex Goddesses and Pin-Up Queens of the ’40s, ’50s and ’60s, e da un outfit di Thierry Mugler Primavera/Estate 1995. Corpetto e gonna rossa sfoggiate da Catherine sotto una camicia bianca con maniche a sbuffo non sono di latex, specifica Durran a Vogue US, ma di un materiale plastico lucente. La cappa rossa che Catherine indossa quando torna a Cime Tempestose a trovare il padre è stata fatta intenzionalmente per rappresentare Cappuccetto Rosso che torna nella tana del lupo. Nelle varie reference del moodboard ci sono anche Sissi (1955), Diane (1956), Angélique-Marquise des Anges (1964), costume alla bavarese contemporaneo su Vogue Germania 2010, una cappa del Diciottesimo secolo del Met di New York, un dettaglio del ritratto di Elisabetta I di George Gower (1588), un gilet decorato di Dolce&Gabbana Primavera/Estate 2017, Una ragazza svizzera di Interlaken di Franz Xaver Winterhalter. Per il vestito delle nozze di Catherine: il vestito petalo di Charles James (1951), il ritratto dell’imperatrice Sissi di Franz Xaver Winterhalter (1865), e un abito da sposa del 1887 del Cincinnati Art Museum.

L’identità di Heathcliff: ‘Così scuro sembra quasi venire dal diavolo’ (Nelly Dean, 44)

Mi sono talmente scocciata nel guardare questa versione cinematografica di Cime Tempestose che ho riletto il romanzo in italiano (La Repubblica, 2004) e letto quello in inglese (Penguin, 2008). Ho beccato la N* word riferita a Heathcliff sull’edizione italiana, ma ‘black’ su quella inglese. Dato che nel 2008 il movimento woke non esisteva ancora, prendo per buona la versione inglese e condanno quella italiana per i bias del traduttore. La parola più usata per riferirsi a Heathcliff in modo dispregiativo è “gypsy”, tradotta con l’insulto dall’iniziale con la ‘z’ rivolto al popolo Romanì, o con “gitano”. La prima caratteristica che salta all’occhio è che Heathcliff è un orfano di “dark-skinned gypsy aspect” trovato a Liverpool da Mr. Earnshaw, padre di Catherine e di Hindley (quest’ultimo assente nel film). Nelly, che racconta la storia a Mr. Lockwood, l’affittuario di Heathcliff, è molto vaga sul vero motivo per cui Mr. Earnshaw percorre a piedi 60 miglia (più di 96 km) fino alla città portuale per riportare a casa un bambino che ha adottato perché orfano. Un suo figlio illegittimo? Liverpool era il principale porto di schiavitù d’Europa tra il 1699 e il 1862, fu responsabile di 1,5 milioni di rapimenti di africani. Il nome Heathcliff deriva da un figlio morto in fasce degli Earnshaw. Il ragazzo parla farfagliando, non è chiaro se sia perché sa poco la lingua o perché ha sofferto la fame. La prima volta che il padre di Edgar Linton vede Heathcliff, lo chiama “Lascar“: erano marinai provenienti dall’India o dal Sud-Est asiatico, che spesso componevano gli equipaggi dell’epoca.

Heathcliff è un ghoul o un afreet secondo Charlotte Brontë

Heathcliff confessa a Nelly di voler “essere chiaro di capelli e pelle” per competere con Edgar e la governante gli suggerisce di vendersi meglio. “Potrebbe anche essere un principe in incognito. Chissà, magari tuo padre era l’imperatore della Cina e tua madre una regina indiana”. La descrizione che ne fa Nelly fa pensare che abbia anche gli occhi asiatici: “quel paio di demonietti neri sepolti così in profondità, che non hanno mai l’audacia di spalancare le finestre”. Quando Heathcliff torna dal luogo in cui era sparito, è descritto come un uomo dai capelli scuri, dalla pelle olivastra e dalle basette nere. Interessante anche il commento di Charlotte Brontë nella prefazione della seconda edizione del romanzo: paragona Heathcliff a un ghoul o un afreet, il primo è un mostro mangiacadaveri e il secondo è uno spirito dei morti, entrambi appartenenti al folclore e alla mitologia araba. Per quanto possiamo speculare, non sapremo mai la vera provenienza di Heathcliff perché Emily Brontë stessa non l’ha volutamente resa esplicita.

Il rapporto problematico tra Heathcliff e Catherine: Nelly non è la cattiva nel romanzo

Non serve Nelly per mettere i bastoni tra le ruote ai due protagonisti nel libro, che si autosabotano di continuo. Nel film Fennell trasforma la governante in una donna invidiosa e meschina, lontana dalla narratrice assennata del romanzo. All’inizio Catherine odia Heathcliff perché il padre le riporta un violino rotto durante il viaggio di ritorno da Liverpool. Il signor Earnshaw era troppo distratto nel riportare indietro l’orfano dalla pelle scura. Poi Heathcliff diventa il compagno di gioco di Catherine e insieme sono inseparabili. Così inizia il loro attaccamento “eccessivo” che appena crescono gli causa problemi dato che appartengono a classi nettamente diverse. Nonostante il signor Earnshaw abbia viziato Heathcliff, nulla eguaglia la prepotenza e la sfacciataggine di Catherine, che si comporta da padroncina anche nei confronti del suo “amato”. Alla morte del padre, che si spegne serenamente su una poltrona (a differenza del film di Fennell), Hindley, fratello di Catherine, geloso del posto che Heathcliff aveva occupato nel cuore del padre, declasserà il ragazzo a garzone, privandolo degli insegnamenti del curato e trattandolo male a ogni buona occasione. Heathcliff e Catherine crescono come due selvaggi, secondo il racconto di Nelly. Un giorno la ragazza si storce la caviglia e rimane cinque settimane a Thrushcross Grange, così da fare la conoscenza dei suoi proprietari, i signori Linton, in particolare del loro figlio Edgar, che si innamora di lei e, una volta guarita, la va a trovare a Cime Tempestose. Catherine diventa sempre più altezzosa, arrogante e violenta e inizia a disprezzare Heathcliff per la sua ignoranza: “Ma quale compagnia, se uno non sa nulla e non dice nulla”.

La famosa scena della confessione di Catherine

Quando Linton le chiede di sposarla, Catherine risponde di sì e confessa tutto a Nelly mentre Heathcliff, per caso, origlia dalla stanza adiacente. “[…] se l’uomo malvagio che vive qui (Hindley) non avesse spinto Heathcliff così in basso, non ci avrei neanche pensato. Sarebbe un’umiliazione sposare Heathcliff adesso – a queste parole, Heathcliff si alza e se ne va (libro e film sono uguali) – quindi lui non saprà mai quanto lo amo; e non perché sia bello, Nelly, ma perché lui è me più di quanto lo sia io stessa. Quale che sia la sostanza delle nostre anime, la sua e la mia sono identiche. Tutti i Linton sulla faccia della terra possono sciogliersi e sparire nel nulla prima che io acconsenta ad abbandonare Heathcliff”. Dice che l’amore per Linton è passeggero e quello per Heathcliff “somiglia all’eterna roccia sottostante…fonte di scarsa gioia visibile ma necessario”. La prima parte del discorso ha un effetto devastante su Heathcliff, che sparisce, e, a quel punto, Nelly rivela a Catherine che il ragazzo ha ascoltato una parte del discorso. La ragazza lo aspetta imperterrita sotto la pioggia battente, prende la febbre, delira, contagia i Linton, che muoiono, e poi sposa Edgar. Dopo tre anni, Heathcliff ritorna ben vestito alla moda e cattura le attenzioni della giovane sorella di Edgar, Isabella, che se ne innamora perdutamente. Quando lui decide di stare al gioco, Catherine gli fa una scenata di gelosia e lui le risponde: “Voglio che tu sappia che io mi rendo perfettamente conto che mi hai trattato in un modo infernale…infernale!” Prima di fidanzarsi con Linton, infatti, la ragazza aveva tenuto sul filo del rasoio entrambi e alla fine aveva scartato Heathcliff perché nullatenente. Il suo voler bene all’orfano venuto da lontano sembrerebbe figlio di una società classista.

Le ultime battute della loro relazione ambigua

Isabella rivela a Nelly che Heathcliff l’ha sposata solo per ottenere il controllo sul marito di Catherine, Edgar. L’uomo è arrivista, vendicativo e sadico. Tuttavia, è figlio dell’ambiente distorto in cui è cresciuto. Dopo la morte del suo benefattore, ha subito abusi sia da Hindley che da Catherine, col suo amore egoista. Ma Heathcliff, in un’operazione letteraria rivoluzionaria, nega a Isabella che lo idealizza, di essere un eroe romanzesco. Confessa di non amarla e la chiama “cagna pietosa”, particolare che poi Fennell ha sfruttato per farle fare il cane a quattro zampe nel film. Catherine ha un grave esaurimento nervoso dopo un furibondo litigio tra Heathcliff, Edgar e lei. Le viene diagnosticata una “meningite cerebrospinale” e si lascia lentamente andare. “Quanti anni hai intenzione di vivere dopo che me ne sarò andata? – domanda a Heathcliff. Ma lui gli risponde freddo perché probabilmente pensa di trattenerla ancora un po’ sulla terra con quella miscela di amore e odio che lei ha sempre provato verso di lui. Catherine, troppo aggrappata alla memoria dell’Heathcliff ragazzo e al suo “egoismo infernale”, non capisce: “Nemmeno per tenermi fuori dalla tomba è disposto a intenerirsi per un istante!”. Si abbracciano e Heathcliff le dice che è stata lei ad uccidere se stessa, poi se ne va lasciandola nelle braccia del marito e Catherine sviene. Dà al mondo la figlia di Edgar, che nasce prematura e viene chiamata col suo stesso nome. Due ore dopo, Catherine muore. Nel film, invece, muore per setticemia e la figlia di Linton le muore dentro.

La gotica maledizione di Heathcliff che gli fa vedere il fantasma di Catherine

“Catherine Earnshaw, possa tu non riposare in pace fino a quando io avrò vita!” È la maledizione che Heathcliff pronuncia a seguito della morte di Catherine battendo la testa contro un frassino di Thrushcross Grange. “Stai sempre con me, assumi qualsiasi forma…fammi impazzire! Io non posso vivere senza la mia vita! Non posso vivere senza anima!”. Filosoficamente, Emily Brontë sembra suggerire più volte che Heathcliff e Catherine siano la stessa persona, anche nella famosa affermazione di Catherine: “Nelly, io sono Heathcliff”. Nel secondo capitolo della seconda parte del romanzo la traduzione della mia edizione in italiano differisce nettamente da quella inglese: “(Il corpo di Catherine) ribadiva la propria tranquillità e sembrava promettere pari quiete alle anime che in quel corpo avevano dimorato”. Nell’ultimo anno di vita, Heathcliff disturba il riposo di Catherine nella tomba. Ordina al becchino, che stava scavando la fossa di Edgar, di rimuovere la terra dal coperchio della bara della sua amata. Trova il suo corpo intatto e lo stringe a sé. Toglie un asse dalla bara della donna e chiede all’operatore funebre di farlo anche con lui quando morirà, così che Linton quando li raggiungerà non potrà distinguerli. Heathcliff crede fermamente nei fantasmi e spiega che il gesto è stato fatto per placare il suo spettro, l’effetto collaterale della sua maledizione: “Disturbarla? No! Lei ha disturbato me, per diciotto anni, senza tregua, senza rimorsi, fino a ieri notte…ieri notte mi sono sentito tranquillo”. Negli ultimi giorni di vita confessa a Nelly la sua ossessione per Catherine, osservando che Hareton le assomiglia, “il fantasma del mio amore immortale”. Non mangia né beve, sembra essere posseduto da un solo obiettivo, quello di lasciarsi morire per raggiungere la sua amata e alla fine ci riesce. Nelly lo trova in camera sua, morto stecchito, fradicio di pioggia e con la finestra spalancata. Sottolinea i denti bianchi e aguzzi del cadavere e riferisce a Lockwood che la gente delle campagne “è pronta a giurare sulla Bibbia che lui cammina”.

La vera natura della loro relazione tossica

La natura della relazione tra Catherine e Heathcliff è descritta molto bene da Lucasta Miller, giornalista letteraria e scrittrice, nella prefazione dell’edizione Penguin (2008), in cui afferma che è quasi incestuosa e, stranamente, non erotica, più romantica nel senso del Romanticismo che romantica nel senso moderno di amore corrisposto. “Minaccia di minare certezze di base come l’identità individuale” e, per questo, ha una natura disturbante. C’è una tensione continua tra piani contrapposti: sogno/realtà, se stessi/altro, naturale/soprannaturale, realismo/melodramma, formalità strutturale/caos sentimentale. “La mancanza di risoluzione ne fa un romanzo maledetto“, conclude Miller. Già nel 1847 i critici lo trovarono “strano” e rimasero disgustati dalla sua crudeltà, nonostante il suo successo. La loro visione si sporcò quando, nel 1850, Charlotte Brontë rivelò nella prefazione della seconda edizione che l’aveva scritto una donna (all’inizio il romanzo fu diffuso con un pseudonimo maschile), Emily Brontë.

La memoria di Emily Brontë modificata da Charlotte

Nella prefazione della seconda edizione, Charlotte ha mitologizzato Emily per tentare di salvare la sua memoria in un’epoca in cui, se eri intelligente e ribelle, venivi stigmatizzata dalla società. Quando i critici seppero della sua vera identità, tutti inorridirono: una donna non poteva essere responsabile di un romanzo così crudo e violento. Charlotte dipinse la sorella come una ragazza di campagna, non “studiata”, che aveva scritto una storia scioccante più per essere naïf che per reale consapevolezza. Il motivo di questa revisione biografica era anche personale: aveva sempre avvertito il bisogno di proteggere e controllare la sua sorella più giovane. La eroizza e infantilizza, come se non fosse una persona adulta con il controllo sulla propria creazione. Heathcliff era un personaggio senza redenzione, fuori dalla morale cristiana dei romanzi dell’epoca, che Charlotte non digeriva. Addirittura, censura alcune espressioni dei personaggi. La decisione di rivelare i loro pseudonimi al loro editore fu presa sempre da Charlotte, anche se Emily era contraria.

Il misterioso carattere di Emily Brontë

Elizabeth Gaskell, la prima a scrivere una biografia delle sorelle Brontë e amica di Charlotte, influenzò profondamente la visione dei loro romanzi, inventandosi molte storie apocrife sul padre. Sulla vita personale di Emily abbiamo notizie frammentate da poesie, il libro Cime Tempestose, documenti diaristici (quattro pagine), tre appunti formali, alcuni saggi francesi scritti a Bruxelles, qualche schizzo di disegno. Da questi sappiamo che era riservata fino alla maleducazione, amava la sua libertà ma si sentiva felice e rilassata solo a casa, a Haworth in Yorkshire, ed era più legata ad Anne che a Charlotte, perché quest’ultima era stata una seconda madre per loro dopo la morte di quella naturale. Il suo diario pieno di note e disegni, assomiglia molto a quello di Catherine. Addirittura c’è lo schizzo di una cucina che ricorda quella di Cime Tempestose. Charlotte tratteggiò Shirley Keeldar, del romanzo Shirley, sul carattere della sorella riottosa, se fosse sempre stata in salute. Come l’origine di Heathcliff, il vero carattere di Emily Brontë rimane un mistero.

Foto: Warner Bros

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