foto copertina: 1890, Hulton Archive/Getty Images
Leggere “Slaves to Fashion – Black Dandyism and the Styling of Black Diasporic Identity” di Monica L. Miller mi ha ricordato quanto la sottomissione di un popolo dipenda dal controllo della sua sessualità. Persino lo schiavo più chiacchierato di Londra, Julius Soubise (nome datogli dalla sua padrona, la duchessa di Queensbury), chiamato il Principe Nero, non avrebbe potuto intrattenere pubblicamente qualsiasi tipo di relazione romantica con una donna bianca, non importa se serva o nobile. Secondo Miller, Soubise non poteva esprimere i suoi desideri in una società come quella settecentesca che lo usava continuamente per soddisfare i propri. Sia da bambino che da adulto era stato vestito per far stupire gli altri della ricchezza dei suoi padroni. Fu considerato colpevole di aver violato la domestica del duca e fu mandato in esilio a Calcutta dove visse forse una vita più felice sposandosi con una donna da cui ebbe un figlio.
La mostra Superfine: Tayloring Black Style
Il dandy nero, figura modernista, ha riscattato la dignità dei suoi antenati mescolando elementi della cultura europea con quella africana d’origine. Il percorso di riappropriazione della libertà non è stato facile, costellato da aggressioni violente e vestiti strappati, ma alla fine il rispetto è stato acquisito. È questo il tema della nuova mostra del Costume Institute del Metropolitan Museum di New York, “Superfine: Tayloring Black Style”, generata dalla morte dell’icona dandy afroamericana per eccellenza: André Leon Talley, scomparso editor-at-large di Vogue. Andrew Bolton, curatore dell’Anna Wintour Costume Center del Met, nelle sue ricerche si è imbattuto nel libro di Miller e le ha affidato la cura della mostra. L’esposizione è suddivisa in dodici sezioni che rappresentano una caratteristica dello stile del dandy nero e ne racconta l’evoluzione nella storia (Rispettabilità, Eredità, Tradizione, Cool, Bellezza, Cosmopolitismo e altre). La suddivisione è ispirata al saggio del 1934 di Zora Neale Hurston, “The Charateristics of Ne*ro Expression”. Abiti storici condividono lo spazio con fashion designer moderni come Olivier Rousteing di Balmain, Grace Wales Bonner, Pharrell Williams di Louis Vuitton, Virgil Abloh, morto nel dicembre 2021, stilista di Off-White e Louis Vuitton.
Lə drag queen dell’Hamilton Lodge Ball di Harlem, la storia che mi ha più colpito
Harlem è il quartiere dove il sogno di libertà è diventato realtà per il dandismo nero. Il nuovo stile è condensato nel libro Black Manhattan (1930), reso possibile dalla Grande Migrazione e da un mercato immobiliare di nuovi appartamenti moderni aperto alla popolazione afroamericana. La sfilata delle “fate” dell’Hamilton Lodge Ball era tra le più conosciute del quartiere che metteva in scena la “stravaganza nera”. Secondo lo storico della New York gay, George Chauncey, all’inizio del Ventesimo secolo lə drag queen apparivano regolarmente nelle strade e nei club di Harlem. Presente dal 1869, la sfilata acquisì popolarità negli anni Venti e nei Trenta arrivò a portare 8 mila partecipanti e visitatori. Uomini travestiti da donna, neri e bianchi, gareggiavano per premi sulla meravigliosità dei costumi con un’attitudine sfacciata e aperta alla sperimentazione sessuale e di genere. Anche donne e persone non binarie oltrepassavano i limiti di genere, sesso, etnia e classe. L’evento principale era una marcia, chiamata dai giornali neri dell’epoca in modo dispregiativo “pansies on parade” (“checche in sfilata”), che si svolgeva tra “risate, schiaffi ai fianchi e lanci indietro della testa”. Una parata antenata del voguing odierno.




