La mancata intervista a Marilyn Monroe e il bagno di latte di Brigitte Bardot, i divi di hollywood svelati da Oriana Fallaci

Martedì 18 febbraio sono uscite le prime due puntate della serie di Rai Fiction, Miss Fallaci con Miriam Leone, sull’inizio della carriera di Oriana Fallaci. È stata una giornalista controversa, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, famosa per le sue interviste ai potenti del Pianeta. Pochi sanno, però, che scrisse di cinema per la rivista settimanale L’Europeo. Entrata grazie a suo zio Bruno, che ne era direttore, Oriana in realtà voleva fare lo scrittore, come preferiva chiamarsi, e considerava il giornalismo un compromesso per arrivare alla letteratura. Le avventure del telefilm si basano sulle interviste e i reportage a New York e Los Angeles che la giornalista fece tra il 1954 e il 1959 e sui libri “I Sette Peccati di Hollywood” (dal reportage “Hollywood spiata dal buco della serratura”), “Penelope alla Guerra” e “Gli Adorabili”. Nei suoi articoli tentava di denudare i meccanismi dell’industria cinematografica americana e le vite delle celebrità, da Marilyn Monroe a Ava Gardner, da James Dean a Frank Sinatra, da Sophia Loren a Brigitte Bardot.

La giornalista raccoglieva le sue informazioni tramite magnetofono, che le consentiva di fare un ritratto veritiero della persona protagonista del suo articolo. Rivelava interessanti e, a volte, inediti aneddoti sulle star, che diventavano attraverso i suoi racconti più umane, fatti di nervi e ossa, in un’epoca in cui sembravano irragiungibili. Oriana sputava giudizi lapidari e impietosi sui divi, in coerenza col suo stile, e salvava quelli che le parevano più onesti o degni di comprensione. I suoi libri sono un inestimabile reperto di una Hollywood che non esiste più, anche se quella di oggi ne mantiene alcune caratteristiche. Il linguaggio è scorrevole, molto narrativo e contiene diversi termini razzisti usati negli anni Cinquanta. La giovane Miss Fallaci non faceva sconti all’America, puritana e conformista, soprattutto a Los Angeles, ma era troppo indulgente sull’argomento censura sui film, condizionata dalle opinioni positive di grandi registi come Orson Welles, Elia Kazan e Joseph Mankiewicz.

Ogni martedì escono due episodi della miniserie da otto.

Marilyn Monroe e Arthur Miller nel 1959, foto: Los Angeles Times Photographic Collection

Il fantasma di Marilyn Monroe

Il merito della serie è di contestualizzare gli articoli di Fallaci. Così sappiamo dalla tv che nel gennaio del 1956 aveva promesso di ottenere in soli sei giorni una intervista con Marilyn Monroe in cambio del passaggio alla sezione politica, la sua vera aspirazione. Dopo mille vicissitudini a New York per cercare di contattare la star, quello che la finzione non racconta è che a dieci minuti dalla partenza del volo di ritorno per l’Italia, Oriana riceve una telefonata dalla press agent dell’attrice, Lois Weber, che le accorda l’intervista. La giornalista rifiuta ormai esausta e con i bagagli già imbarcati: “Mi saluti Marilyn e le dica che non le porto rancore”. Durante la sua permanenza nella Grande Mela, Oriana era diventata lei stessa una “sensazione” nel rincorrere senza successo il fantasma della diva e la stampa americana aveva pubblicato articoli sulla sua sfortunata vicenda. Due anni più tardi, riuscì ad intervistare nel loro appartamento di Madison Avenue il terzo marito della star, Arthur Miller, ma Marilyn non era in casa. Era in ospedale per essersi affettata un dito fino all’osso mentre tagliava un salame. Sarebbe dovuta arrivare dopo la medicazione ma verrà trattenuta per evitare un’infezione. Fallaci, forse un po’ sconsolata, se ne andò guardando “quasi con odio” il guardaroba aperto dell’attrice che si intravedeva dall’ingresso. Nonostante l’infelice esperienza, la reporter considerava Monroe una persona intelligente e scaltra.

Sophia Loren mangia gli spaghetti, 1955

Gli spaghetti di Sophia Loren

La seconda volta che Oriana fece parlare di sé negli Stati Uniti è quando stipò in valigia dei pacchi di spaghetti datele dalla mamma di Sophia Loren. Una volta arrivata all’aeroporto di New York (Idlewild, poi chiamato John F. Kennedy), stava rischiando che il doganiere le buttasse la pasta ma fece il magico nome della diva italiana che non poteva vivere senza e fu risparmiata. Il giorno dopo i giornali titolavano: “From Rome to Los Angeles with spaghetti for Sofia” e la mattina ricevette la curiosa telefonata di Loren: “Mo’, li volemo magna’ ’sti spaghetti? È da ieri che me torturano pe’ sape’ se li ho ricevuti”. La giornalista fu invitata a un cocktail con spaghettata nella villa di Brentwood di Sophia per festeggiare il fine riprese del suo primo film a Hollywood. L’attrice era riuscita a portare a segno ben quattro contratti con le case di produzione Paramount, 20th Century Fox, Columbia e United Artists. Gli americani la definivano “il migliore prodotto che gli italiani abbiano esportato oltreoceano dopo l’olio d’oliva, la pizza e i tenori” e Cary Grant le moriva dietro, minacciando di lasciare la sua terza moglie. Loren fece subito furore a Hollywood, anche tra le maggiori giornaliste di cronaca rosa (Louella Parsons e Hedda Hopper) per il fatto di non mettersi in mostra.

Elvis Presley nella sua camera 1016 al The Knickerbocker Hotel (1956)

Elvis Presley, pericoloso e genuino

Oriana Fallaci non usa mezzi termini: Elvis Presley era “pericoloso”. La reporter osservò il cantante aggirarsi in più occasioni al The Knickerbocker Hotel, in cui soggiornava anche lui mentre girava il film “Love me tender” nel 1956. Era scortato da una decina di ragazzi stipendiati che avevano il dovere di annunciare il suo arrivo ai passanti. Nel momento in cui Elvis Presley usciva di camera dirigendosi verso l’ascensore, i suoi “scagnozzi” correvano sull’Hollywood Boulevard, a venti metri dall’albergo, e gridavano: “Arriva Elvis Presley! Oh, arriva Elvis Presley!”. Le grida attiravano un nutrito capannello di fan, chiamate “stupide” da Fallaci, e Elvis aspettava all’ingresso che la folla si ingrossasse. Saliva poi su un’auto bianca e si dirigeva lentamente verso il viale. Frenava di fronte alle fan fingendo stupore e firmava gli autografi non su carta ma su camicette, braccia, gambe e, addirittura, facce delle ragazze. Per Oriana, Elvis era pericoloso perché “genuino” con “una sicurezza e un sangue freddo eccezionali”. Non bisognava mai dimenticarsi, però, che era “un prodotto della peggiore società americana”. “Quella voglia di mortificare le ammiratrici stupide che si lasciano fare ogni dispetto come fosse segno di riconoscimento o elogio dal loro idolo, sembra l’ombra riflessa di molto sadismo, di molta crudeltà che si riscontrano in omicidi e delitti americani – conclude profetica – E questi non sono altro che il rovescio della medaglia d’una civiltà tanto moderna e tanto feroce da travolgere ogni freno e limite umano, che progetta la vita artificiale, mentre tiene la morte in ghiacciaia”.

Brigitte Bardot fa il bagno di latte nel film Mio Figlio Nerone (1956), foto: Giovan Battista Poletto, archivio Titanus

Il bagno nel latte di Brigitte Bardot

Brigitte Bardot ha ricevuto il battesimo di stella del cinema quando ha fatto il bagno nel latte d’asina nei panni di Poppea Sabina, la seconda moglie di Nerone, nel film “Mio figlio Nerone” con Alberto Sordi, girato a Cinecittà. Secondo la giornalista, il bagno di latte è quarto nella lista di bagni che misurano la carica sessuale e la desiderabilità di un’attrice. Al terzo posto c’è il bagno di schiuma, al secondo quello di lago o di mare, al primo quello in piscina. All’epoca in cui scriveva solo quattro attrici avevano ricevuto il privilegio di un bagno simile in un film: Claudette Colbert nel “Segno della Croce”, Martine Carol in “Lisistrata”, Silvana Pampanini in “O.K. Nerone” e Sophia Loren in “Due notti con Cleopatra”. Prima del successo, Brigitte, di ricca famiglia, studiava per diventare ballerina e faceva la modella a tempo perso. Fu notata sulla rivista Le Jardin des Modes dal regista Marc Allégret, che la scritturò per un film mai iniziato. Chi gli fece pubblicità fu l’assistente del regista, Roger Vadim Plemiannikov, anche lui futuro filmmaker, che le dedicò il baldanzoso articolo su Paris Match “Quest’anno questa ragazza sarà celebre”, facendole una mostruosa pubblicità con la foto in tutù e calze a rete sui comignoli della città. Sei mesi dopo si sposarono con tanto di pezzo correlato “Brigitte ha trovato marito a Paris Match”. Nella sua intervista a Fallaci confessò di essere grata ai giornalisti per aver fatto il suo successo: “Un articolo vale un film e mi fanno ridere quelle attrici che fanno le preziose per farsi intervistare. Stupide, ecco quello che sono, e anche ipocrite”.

Marilyn Monroe, Miss Cheesecake 1951

La metodica costruzione di una star

La speranza ad Hollywood è sempre l’ultima a morire. Negli anni Cinquanta tutti conoscevano la storia di Lana Turner: “il lunedì mangiava il gelato da Schwab’s, il martedì faceva un provino e il mercoledì firmava un contratto con la MGM”. Quando un’attrice doveva ancora diventare famosa si chiamava “stellina” (starlet). Era una ragazza che arrivava a Hollywood con un contratto, prendeva in affitto una camera o un appartamento, e restava a disposizione della casa di produzione che l’aveva scritturata, entrando nel “vivaio degli attori”. In seguito, o diventava subito una stella (raro) o attendeva alcuni anni prima di interpretare una parte di secondo piano. Nel frattempo, prendeva lezioni di canto, danza e posava per le fotografie pubblicitarie. La più carina era eletta Miss Cheesecake e la sua foto era “pubblicata sui giornalini di cinema, per studiare l’effetto che le sue curve fanno sul pubblico”. Se non sfondava entro tre anni, se ne andava. Se riusciva ad attirare l’attenzione, era inserita nel processo di “glamorizzazione”, ovvero la trasformavano in un tipo. Si eliminavano i difetti con miglioramenti fisici e visivi, dalla tintura di capelli alla dieta severa, e poi avveniva il lancio pubblicitario. All’epoca il compito di trasformare una star senza ricorrere alla chirurgia plastica era affidato a Kly Campbell, ex fabbricante di maschere di cera.

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