Foto copertina: Babydoll by Intimissimi
Il nome “babydoll” mi ha sempre fatto storcere il naso. “Bambolina” sembrava abbastanza sessista per un indumento intimo. Facendo una rapida ricerca, ho scoperto che non mi sbagliavo di molto. La prima volta che è stato chiamato così in inglese è stato nel libro Captain Martha Mary di Avery Abbott risalente al 1912. Nel descrivere un personaggio, scrisse: “Il suo abito regalato sembrava considerevolmente come un pezzo di tubo da stufa con un profondo volant in fondo. Era uno stile conosciuto come il vestito “Baby Doll”. Tuttavia, fu il film Baby Doll di Elia Kazan (1956) ad affibbiargli per sempre questa etichetta, che la sua creatrice, Sylvia Pedlar, detestava. Con l’avvento degli anni Sessanta e dello stile mod, il suo uso sarebbe cambiato passando all’abbigliamento da giorno. Tuttavia, l’indumento non si toglierà mai di dosso l’aura quasi innocente, da infanzia bruciata o lolitismo esacerbato, che gli ha dato la pellicola e poi cantanti come Kat Bjelland e Courtney Love negli anni Novanta. Oggi il vestito sta vivendo una nuova vita sulle passerelle di stilisti famosi o sta facendo la fortuna di nuovi brand.
Sylvia Pedlar, la Dior della lingerie
Il baby doll come capo di lingerie nacque nel 1942 dalla mente di Sylvia Pedlar di Iris Lingerie, considerata una delle inventrici dell’abbigliamento intimo moderno, che accorciò la classica sottoveste per la scarsità di stoffa durante la Seconda Guerra Mondiale. Il risultato fu un abito corto, trasparente, con la vita stile impero e la gonna a campana quasi sopra le cosce. Una delle invenzioni più famose di Pedlar fu la vestaglia-toga facilmente rimovibile per le donne che dormivano nude. Era chiamata la Dior della lingerie per innovazione ed eleganza e aveva Dior tra i suoi clienti assieme a Jackie Kennedy. I suoi design di ispirazione vittoriana avevano un cotone fino e arioso che si trasformò in un materiale di lusso. I suoi abiti da notte erano talmente belli e confortevoli che all’epoca vennero usati per occasioni speciali come matrimoni o feste. Non spese soldi in pubblicità costose ma era ampiamente pubblicizzata sui servizi di riviste come Life e Harper’s Bazaar. È l’unica fashion designer ad aver vinto tre volte il defunto Special Coty Award, ora CFDA Awards.
L’haute couture sdogana il baby doll e Mary Quant lo popolarizza
Hubert De Givenchy comprava regolarmente la lingerie di Pedlar per regalarla alle sue amiche. Givenchy, che fondò la sua casa di moda nel 1952, aveva come mentore Cristobal Balenciaga e entrambi anticiparono le tendenze nuove e giovani degli anni Sessanta. Balenciaga introdusse il design del baby doll nell’haute couture come vestito da giorno creando un abito a goccia dalla linea a trapezio, strutturato e dalla vestibilità ampia, che divenne uno dei simboli del suo marchio. Givenchy creò l’abito a sacco che liberava le donne dalle cuciture costrittive dello stile Dior. Il vestito a trapezio fu ripreso in jersey nella Ginger Collection del 1963 da Mary Quant che li produsse corti, di tutti colori e tipi: a maniche lunghe, corte, senza maniche, con zip o bottoni centrali. Nel 1966 la stilista ricevette il suo OBE (Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico) indossando un jersey dress color crema e rompendo il protocollo reale. Il suo vestito era diventato l’uniforme delle adolescenti e Twiggy fu quella che meglio diffuse questo abito a trapezio dalla linea ad A.
Il famigerato film Babydoll
Negli anni Cinquanta il babydoll intimo era indossato da donne e ragazze benestanti come indumento da notte. Quelli più corti venivano indossati con un paio di pantaloncini e lo stesso completo si trova indosso alla protagonista del film Baby Doll, Carroll Baker. Scritto dal celebre Tennessee Williams, la pellicola parla del contratto vincolante della giovanissima Baby Doll sposata ad un uomo di mezza età, Archie Lee, che deve aspettare il suo ventesimo compleanno per consumare il matrimonio. La ragazza dorme sull’unico letto rimasto della malandata casa coloniale pignorata per i cattivi affari da sgranatore di cotone di Archie, una culla con le doghe abbassate (tutta la trama qui). Per l’estrema infantilizzazione erotica della protagonista e altri momenti espliciti per l’epoca, il film fu ritirato dalla circolazione per la condanna della National Legion of Decency cattolica. Il cardinale Francis Spellman, arcivescovo di New York, tenne un sermone alla cattedrale di St. Patrick, in cui ammonì i fedeli sul fatto che chiunque avesse visto il film avrebbe commesso un peccato ed era passibile di scomunica. Nonostante Baby Doll ricevette molti riconoscimenti e candidature agli Oscar, la fama del film non si riprese mai. Per quanto la stessa Carroll fosse convinta fosse “meraviglioso e unico”, dichiarerà in seguito di non aver mai smesso di sentirsi imbarazzata per aver partecipato al film.
Il Kinderwhore di Kat Bjelland e Courtney Love
Negli anni Novanta il babydoll torna sulla scena dell’abbigliamento esterno grazie alle band femminili grunge. Contrariamente a ciò che si pensa, la prima a mostrarsi col vestito babydoll in pubblico fu Kat Bjelland del gruppo Babes in Toyland, ex compagna di stanza di Courtney Love delle Hole, che popolarizzò questo stile. Il termine fu coniato dal giornalista Everett True durante un’intervista del 1993 a Kurt Cobain e Courtney. Il termine fa riferimento all’unione di due archetipi: la bambina innocente e la sex worker. Nel 1994 Courtney ammise che non aveva lanciato questo stile pensando che la facesse sembrare desiderabile, non era quello lo scopo. “Quando ho iniziato – dichiarò – era più stile ‘Che fine ha fatto Baby Jane?’ Il mio punto di vista era ironico”. Lo scopo per le donne era riprendersi la propria innocenza attraverso vestiti corti con maniche a sbuffo dal sapore vittoriano e scarpe alla bebè platform. Tanti designer copiarono questo look a partire dalla collezione Grunge di Marc Jacobs per Perry Ellis nel 1993.

Nuove apparizioni
Nel 2012 Meadham Kirchhoff fa sfilare per la sua primavera/estate una serie di Courney Love vestite in babydoll pastello, riprendendo una sua performance a Reading del 1996. Il titolo, A Wolf in Sheep’s Clothing, è la perfetta sintesi del kinderwhore. Anche Miuccia Prada è stata attirata da questo tipo d’abito nella sua sfilata di Miu Miu del 2016 in cui le modelle sfoggiavano babydoll di chiffon dall’ispirazione anni Settanta e avevano un’aria sinistra. Nello stesso anno nasce Batsheva, un brand newyorchese fondato da Batsheva Hay, la cui ispirazione principale è proprio il kinderwhore di Courtney Love. Secondo la fashion designer, che gioca molto sulla revisione degli stili dell’abito femminile americano, il kinderwhore era in anticipo sui tempi. Forse la spinta più decisa al babydoll intimo e abito l’ha data Rihanna a marzo 2022, quando incinta del suo primo figlio è apparsa alla sfilata autunno/inverno di Dior a Parigi in pieno inverno con un babydoll nero trasparente che metteva in mostra il suo pancione. Nel 2023 il babydoll non accenna a volersene andare dalle passerelle ed è stato visto in tutte le forme e colori in brand molto diversi tra loro: Rick Owens, Versace, Comme Des Garcons, Loewe, Ludovica de Saint Sernin (babydoll sugli uomini). Ci sono anche intere marche incentrate sul vestito baby doll, come Tessa Fay e Cecilie Bahnsen.







