Le sere scorse ho divorato il documentario dalle quattro puntate ‘Ladies First – A story of women in hip hop’ delle registe e produttrici Raeshem Nijhon e Carri Twigg, che prende il nome dall’omonima canzone di Queen Latifah ft. Monie Love (1989). Non sapevo nulla della prima donna Mc, MC Lyte, o della prima ad incidere un disco, Sha-Rock, che già nel 1979 rappava nel pezzo ‘Rappin’ and Rockin’ the House’ dei Funky Four Plus One More, o di Roxanne Shanté, la prima a fare un dissing da giovanissima intitolato ‘Roxanne Revenge!’. È una storia poco conosciuta perché alcune delle stesse protagoniste hanno avuto timore di raccontarsi per paura dell’industria o dei rapper uomini. A riprova dell’ostilità ancora presente del sistema musicale nonché quello sociale verso le donne nere è il fatto che è stato difficile vendere il documentario a qualche emittente tv fino a che non è arrivato Netflix nella persona dell’executive nera Jamila Farwell che ha capito l’importanza del progetto. Il punto di forza del doc è dare voce a donne completamente dimenticate o cancellate dalla storia dell’hip hop.
Vi segnalo in particolare la seconda puntata che si occupa del sessismo dell’hip hop. La misoginia è sempre stata insita perché viviamo in una società patriarcale e le donne non hanno mai ricevuto il rispetto dovuto fino in tempi recenti. Addirittura MC Lyte racconta di aver dovuto dividere le copertine delle riviste con colleghi maschi dato che una donna da sola non avrebbe venduto altrettanto secondo chi le pubblicava. E spesso i gruppi hip hop non pagavano le Mc o non ne vedevano la necessità. Rah Digga ripeteva spesso di scrivere le proprie rime perché molti non credevano che una donna sapesse scrivere e rappare come un uomo e che avesse bisogno di aiuto maschile. L’impronta di una femmina svalutava “the craft” (l’arte). Grazie a Foxy Brown e Lil Kim sulla cresta dell’onda nel 1996 c’è stata una svolta nella percezione della sessualità delle rapper e nella rappresentazione dei loro corpi. Hanno dimostrato che essere sexy non aveva nulla di sbagliato. La loro influenza ha spianato la strada per rapper come Nicky Minaj, Cardi B, Megan Thee Stallion, Latto.
Wap (2020) è stato un altro punto a favore della libera espressione sessuale che ha riscosso un enorme successo da una parte ma dall’altra ha fatto rivoltare tutti i finti benpensanti americani. Persino Snoop Dogg ha detto che “alcune cose potevano tenerle private”, lo stesso che canta “tell me baby are you wet?” (dimmi bimba sei bagnata? in Sweat vs. David Guetta) e ha inciso innumerevoli pezzi a sfondo sessuale durante la sua lunga carriera. Per non parlare della discriminazione in base al colore della pelle, negli anni Ottanta, Novanta e fino a pochi anni fa, per cui si preferiva scegliere per i video donne di pelle nera chiara piuttosto che scura. A metà della quarta puntata c’è un breve cenno alla queerness di alcune rapper come Chika e Young M.A. E prima di loro Queen Latifah, che ha fatto coming out ai Bet Lifetime Achievement Awards, e Da Brat. “Adesso abbiamo più storie autentiche e più cose alle quali possiamo relazionarci – osserva Chika. Queste rapper, attuali e del passato, sono state in grado di combattere l’ipocrisia del sistema per vedersi legittimate come appartenenti a pieno titolo alla scena hip hop.





