La rivoluzione di Chocolat a Monte Urano: il transfemminismo intersezionale dove non te lo aspetti. Ecco la prima volta di FəmFest

Foto copertina: Marianna The Influenza, Oiza Q. Obasuyi mediate da Cecilia e Catherina

Quando senti parlare di schwa e linguaggio inclusivo in mezzo ad una piazzetta del borgo di Monte Urano ti fa un certo effetto. Soprattutto perché ci sono persone alla finestra che ascoltano come se fosse un evento di paese qualunque. Anziani che si fermano ad ascoltare per caso e poi se ne vanno perché o non hanno gli strumenti per capire o non sono d’accordo. Qualcuno resta comunque per comprensione o curiosità. Ma c’è pure chi appende alla finestra un cartello minaccioso “L’aborto è omicidio”. Non si vede chi l’ha messo ma fa male perché è un messaggio ostile carico d’odio. Il contrasto tra progressismo e conservatorismo mi ha ricordato il film Chocolat. A fine anni Cinquanta la cioccolateria Vivianne Rocher porta una rivoluzione non solo di gusto nel piccolo paesino bigotto di Lansquenet-sur-Tannes provocando l’emancipazione e il cambiamento di moltə abitantə attraverso il suo speciale negozio. FəmFest è sullo stesso percorso. Il festival è stato accolto con entusiasmo da alcuni e osteggiato da altri. Spero che come Vivianne alla fine della storia non se ne vada ma resti per mettere radici.

Il festival

Fəmfest è il primo festival transfemminista intersezionale marchigiano Fəmfest, organizzato da Common Bubble, tenutosi lo scorso weekend. Molti gli argomenti affrontati in workshop, laboratori, dibattiti e molti gli ospiti presenti: razzismo sistemico con Oiza Q. Obasuyi e Marianna The Influenza; violenza di genere con Collettivo Clara, Laura Gaspari di On the Road e Valentina Mira con il suo libro X; inclusività nel linguaggio italiano con Liberə Tuttə; identità di genere non conformi con focus sul lavoro nel laboratorio con Diego Angelo Cricelli, Milo Serraglia e Marte Manca; sensibilizzazione al genere per i bambini con Ylenia e Laura Rosina; letture co-educative con Sandra Arellano.  Dafne Ciccola e Elisa Manici non erano presenti causa febbre. I visitatori hanno potuto ammirare le foto di Alexa Sganzerla, Claudia Verroca, Enrica Gjuzi e Silvia Mongardini che avevano rispettivamente come oggetto il problema di accettazione del corpo, storie di donne, corpo come mezzo erotico e sessuale e violenza di genere. Le serate sono state accompagnate dalla musica di Viola, Lorenzo Cattel, Alyz_ki, Dj IndekoRòsa.

Ingresso del festival

Le due giornate sono trascorse a gonfie e vele tranne per un ritardo di inizio del festival causa pioggia di sabato (apertura alle 16 invece che alle 15 dal concerto di Viola) e il cartello contro l’aborto appeso ad una finestra nel corso di un talk. L’affluenza di persone è stata più che buona con oltre 350 presenze nelle due giornate dedicate (sabato 30 e domenica 31 luglio). La serata finale è stata conclusa da Lorenzo Cattel e dj IndekoRòsa. Il pubblico e Common Bubble hanno creato la performance ballando tuttə insieme sotto le proiezioni grafiche di Federico Egidi e il dj set di Irene che ha detto al pubblico: “Lo spettacolo siete voi”.
Il festival è in crowdfunding e potete sostenerlo qui.

Valeria Cardarelli con gli spettatori nel gioco sugli aggettivi

I giochi sul linguaggio inclusivo di Liberə Tuttə
È importante accettare le definizioni che le persone si danno in base all’identità di genere e all’orientamento sessuale. Il collettivo Liberə Tuttə ha avviato un gioco di apprendimento interattivo in cui chiedeva alle persone di dire le nuove parole usate per l’autodefinizione per poi spiegarle. Un altro gioco ha messo in campo dei volontari dal pubblico in cui ognuno appiccicava dei post-it all’altro con su scritto l’aggettivo che comunicava la prima impressione che la persona evocava. Ciascuno poi ha letto i suoi biglietti confermando o smentendo la prima impressione con possibilità di spiegarsi a riguardo.
“Noi abbiamo scelto di usare la schwa nel nostro nome perché è importante”, ha spiegato unə dellə componentə del gruppo, Elisa Gilormello, “Siamo nate come gruppo di donne che si riconoscono tali per contrastare le dichiarazioni contro l’aborto del governo della Regione Marche ma l’aborto non riguarda solo il sesso femminile. Per questo abbiamo deciso di includere tuttə”.
“Dobbiamo comprendere cosa significano determinati termini”, illustra Valeria Cardarelli, altrə membrə, “Judith Butler in Parole che provocano osserva che attribuiamo alle parole la capacità di agire, il potere di offendere e ci poniamo come obiettivo della loro traiettoria offensiva. Esercitiamo la forza del linguaggio anche mentre cerchiamo di contrastarne la forza. Siamo esseri linguistici che hanno bisogno del linguaggio per poter essere”.
È normale fare errori adottando un linguaggio nuovo, soprattutto quando l’abitudine prende il sopravvento. La cosa fondamentale è provare a cambiare e sforzarsi di capire gli altri aprendo la propria mente.

Laura Gaspari con una persona del pubblico nel gioco della pesca degli stimoli tematici

Laura Gaspari spiega l’importanza dei centri antiviolenza
La violenza di genere è radicata profondamente nella nostra società sin dalla “rivoluzione neolitica” dell’agricoltura che ha decretato l’avvento del patriarcato che ancora impera oggi. Disporre di qualcuno a proprio piacimento come se fosse un oggetto, in particolare di una donna o di una persona transgender, è purtroppo un’abitudine troppo spesso accettata dal mondo in cui viviamo. Nel dibattito di Laura Gaspari operatrice dei centri antiviolenza dell’associazione On the Road i presenti potevano pescare stimoli visivi o di lettura su varie tematiche legate a genere e sessualità che creavano dei piccoli dibattiti su quanto i nostri comportamenti e la nostra disinformazione possono essere penalizzanti quando si viene discriminati o si subisce una violenza. Emblematico il caso di un’infermiera che ha pescato un preservativo femminile scambiandolo per uno maschile perché è molto raro sia fatta sensibilizzazione su questo strumento. Ciò dimostra come un’educazione sessuale aggiornata non debba essere rivolta soltanto alle scuole ma anche al personale sanitario.
“Nonostante abbiamo leggi contro la violenza di genere grazie alle lotte femministe degli anni Settanta”, informa Laura, “Ancora oggi siamo esattamente nella stessa situazione del processo per stupro del 1979, trasmesso dalla Rai, che oggi non andrebbe mai in onda. È quasi impossibile denunciare una violenza sessuale perché viene messa in discussione tutta la storia di una vittima. Bisogna avere molto coraggio nel farlo dato che viviamo in un sistema che non tutela le donne”. I centri antiviolenza sono nati nelle Marche a seguito di una legge regionale ma storicamente in Italia nascono dalle donne e per le donne. “Nel corso di quarant’anni sono diventati punti di riferimento per i territori. È necessario far capire alle donne che si può uscire dalla violenza e fargli conoscere quali strumenti hanno a disposizione. Tutte hanno un percorso diverso a seconda delle situazioni, che può anche durare degli anni”. Laura invita a cercare i centri antiviolenza nelle proprie vicinanze perché sono luoghi di cura e rispetto al servizio delle donne.

Marianna The Influenza, Oiza Q. Obasuyi mediate da Cecilia e Catherina

Il razzismo sistemico, la mancanza di cittadinanza e il femminismo nero spiegati da Oiza Q. Obasuyi e Marianna The Influenza
Venerdì 29 luglio è stato assassinato a mani nude in pieno centro a Civitanova Marche il nigeriano Alika Oguchukwu dal salernitano Filippo Claudio Giuseppe Ferlazzo. Un omicidio privo di senso che si ricollega a numerosi episodi passati accaduti nelle Marche, come quello di Emmanuel Chidi Namdi a Fermo e alla sparatoria di Luca Traini a Macerata. Atti che rivelano un razzismo sistemico che gli italiani negano e ai quali non piace riconoscere come le colpe del fascismo e del colonialismo. “È una tematica attuale spesso intrecciata a sessismo e al patriarcato”, afferma la ricercatrice junior del CILD (Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili), Oiza Q. Obasuyi, “Questi episodi sono solo l’apice di un razzismo che, oltre ad essere sistemico, è culturale, strutturale e istituzionale. Bisogna decostruire queste dinamiche e cercare di capire che anche negli ambienti di sinistra si possono perpetuare degli stereotipi razzisti. Il razzismo può essere insito in chiunque”.
La brand manager di Colory.it, Marianna Kalonda Okassaka, sui social Marianna The Influenza, ha parlato della sua condizione di italiana afrodiscendente di seconda generazione (abbreviato Gen 2), ovvero una persona che nasce da genitori immigrati. “Ce la passiamo malissimo perché non veniamo mai nominati, non abbiamo modelli di rappresentazione”, racconta, “Lo ius solis e lo ius sanguinis sono cavilli burocratici che ci lasciano senza cittadinanza italiana, che una delle più forti al mondo con qui puoi girare ovunque senza problemi. Ho capito quanto fosse importante quando a diciassette anni al liceo linguistico ho vinto il viaggio studio a Dublino. Ho rinunciato perché ero minorenne e sotto il permesso di soggiorno di mia madre che appartiene alla Repubblica Democratica del Congo”.
Sul femminismo che deve essere per forza intersezionale e comprendere donne BIPOC (Black, Indigenous, People of Color), Marianna e Oiza sono concordi nel consigliare alle femministe bianche di “fare un passo indietro”: ovvero invitare a collaborare le femministe nere e lasciare che siano loro a diffondere la propria narrazione, diversa in primis perché priva del privilegio bianco. Common Bubble le ha rinvitate per l’anno prossimo come primo passo di un cambiamento necessario nel discorso transfemminista italiano. Sono state anche invitate l’anno prossimo al San Lorenzo Pride, il nuovo Pride del quartiere San Lorenzo a Roma.

Valentina Mira mediata da Cecilia e Caterina

Il tabù dello stupro nel libro X di Valentina Mira
La giornalista e scrittrice Valentina Mira ha presentato infine il suo libro X, uscito nel 2021 edito da Fandango, un romanzo epistolare diretto al fratello con cui non parla più da sette anni in cui racconta attraverso gli occhi di un personaggio inventato il suo stupro subìto a diciott’anni e non denunciato.
“Viviamo in un sistema in cui ci sono 40.000 stupri l’anno solo in Italia”, riferisce Valentina, “Nel libro ho cercato una forma colloquiale per spiegare a una persona come mio fratello che non legge la mia esperienza e la cultura dello stupro”. Il tabù dello stupro porta vergogna che può generare e produrre violenza. “Nella narrazione mainstream si parla di stupro quando lo stupratore è nero, se la persona violentata è morta o se è coinvolto un personaggio famoso”. La vergogna agisce tramite una dinamica di potere che fa sì che ci manchino le parole quando subiamo una violenza. “Stiamo zitte perché ci attaccano se parliamo”. Lo stupro non è riconosciuto dalla società come un reato vero e proprio. Lə survivor non lo denunciano perché anche i rappresentanti delle istituzioni, delle forze dell’ordine o autorità possono non solo non crederlə ma anche molestarlə. A tal proposito, la scrittrice ha accennato anche alle molestie ricevute nel settore giornalistico. “Ho imparato da X che non si può insegnare cos’è uno stupro a chi continua ad essere amico del tuo stupratore”, ha concluso così il suo discorso.
Valentina sta scrivendo adesso il suo secondo libro.

Bancarelle a tema

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